FIABE
COMUNISTE
ED ALTRI RACCONTI
dedicato a tutti i bambini
che non sanno cosa leggere ai grandi
quando la sera piangono prima di andare a letto
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SOMMARIO
Prologo
Facciamo la pace
L’eredità
Il virus dell’ E.D.M.
È vero o non è vero che l’asino bianco c’ha il culo nero?
Vendimi l’aria
La madia del re
Il pitecantropus absurdus
La vera storia della rotta di Magellano
Relazione del dott. B. J. Gibbons al congresso internazionale psi-chiatrico di Parigi del 2015 – (prefazione - 1°intervista – documento - 2°intervista – documento - 3° intervista – documento – finale)
La folle meravigliosa avventura del cavaliere che non aveva voce, detto il Senza paura
I quarzi di Antiluna
San Franceschino
Cuordicocomero
Come persero la partita
Avventura di un orologio rotto
I ladri della felicità
La festa del patrono di Gravignana
Re Artù e quella volta che il sole sorse da occidente
Un referendum a Gran Cazzonia
Don Ignazio e la statua della Madonna
PROLOGO
Tutto era pronto per l'Apocalisse, meno che i cinque scettici di Oz.
Nessuno seppe mai se quell'incredibile manipolo di vegliardi era il frutto di un incrollabile ottimismo o di una sfrontata incoscienza.
Loro, che quando Giosuè fermò il sole, si fermarono a prendere la tintarella.
Loro, che all'apparire delle sette vacche magre, si fecero un arrostino di vitello.
Loro, che a Gomorra salarono la pentola col naso della moglie di Lot.
Piantavano il grano nei campi di zizzania, ed il giorno che la terribile Morte gli si parò d'innanzi (l'avesse mai fatto!) andarono a mieterlo dopo averle rubato la falce fienaia. Col di lei nero mantello raccolsero la pula. E la Morte ormai ignuda, piangendo, promise di fare i conti con loro alla fine dell'Apocalisse, e se ne andò.
Finché non venne l'ora dell'Apocalisse, ma loro dissero che avevano l'orologio indietro, e nel turbinìo delle tenebre che avvolse la terra, telefonarono per il guasto all'Enel.
Poi apparvero i Quattro Cavalieri, e quelli misero su l'agenzia ippica, distraendo tutti i demoni preposti al cataclisma finale con il racket delle scommesse.
Davano il Cavaliere Nero due a uno, quello Rosso al tre e quello Verde al cinque e mezzo. E come ci rimase male il Cavaliere Verde per la bassa quotazione, che se ne tornò via stizzito senza nemmeno partecipare alla corsa!
All'apparire dei sette angeli con le sette trombe, quelli corsero a prendere sax e chitarre. E come il primo angelo cominciò il primo terrificante squillo, quelli attaccarono a schizzare blues...
FACCIAMO LA PACE
Un uomo viveva del lavoro del suo campo, e tanto gli bastava per essere felice.
Coltivava grano e girasoli, e la sua pergola dava l'uva più dolce di tutta la vallata.
Un giorno un gruppo di ladri e di assassini presero il suo campo, lo bastonarono fino quasi ad ammazzarlo, lo legarono ad una pesante catena e si stabilirono nella sua casa.
Poi lo obbligarono a lavorare per loro, a coltivare per loro il grano ed i girasoli sedici ore al giorno, tutti i giorni dell'anno, sempre in pesanti catene, e quando gli si ribellava, questi lo bastonavano fino quasi ad ammazzarlo.
Il pover'uomo bestemmiava la sua condizione, e quando il Pastore del villaggio venne a saperlo, si indignò molto con il pover'uomo, che tra l'altro non veniva nemmeno più in chiesa alla domenica e non santificava più la festa. Perciò non mosse un dito in suo aiuto, anche perché gli assassini gli donavano in beneficenza una parte del grano e dei girasoli, la qual cosa al Pastore era molto gradita.
E trascorsero così quarantacinque anni di bestemmie e di dolore. L'uomo, ormai vecchio, lavorava per i figli e per i nipoti degli assassini.
Al villaggio gli amici del pover'uomo non avevano gradito quello che gli assassini gli avevano fatto, ma nessuno di loro, per prudenza, aveva mosso un dito in suo aiuto per tutti questi quarantacinque anni.
Poi, un giorno, i figli ed i nipoti degli assassini (che bastonavano fino quasi ad ammazzarlo quel pover' uomo ogni volta che, bestemmiando, gli si rivoltava contro) tennero fra loro consiglio.
-Se vogliamo farci benvolere dal resto del villaggio, prima o poi dovremo fare la pace con quest'uomo- disse uno dei figli.
-Ma così perderemmo la terra, il grano e i girasoli- disse uno dei nipoti.
Allora chiamarono il pover'uomo che, in catene dopo sedici ore di lavoro, ascoltò queste parole.
-Abbiamo deciso di fare la pace con te, perché anche noi siamo stufi di vederti in catene. Così, se ci servirai senza più ribellarti, e lavorerai pacificamente per noi le tue sedici ore al giorno e ci porterai il grano ed i girasoli che questa terra produce, noi ti toglieremo le catene, firmeremo con te una pace sicura, ti permetteremo di andare in chiesa ogni domenica e ti lasceremo dormire nel vecchio fienile alla notte per riposarti.
Il pover' uomo, con le poche forze che gli erano rimaste, gli si avventò contro, e questa volta lo massacrarono di bastonate.
Poi andarono al villaggio e dissero:
- Ormai quest'uomo è morto. Che ragione c'è di coltivare ancora rancore verso di noi, se tanto ormai è morto? Non sarà il vostro rancore a riportarlo in vita. Facciamo dunque la pace fra noi e voi, perché dopo tutto, contro di voi non abbiamo fatto niente. Che sia dunque la pace! Soltanto dateci tre dei vostri uomini, perché coltivino per noi il nostro grano ed i nostri girasoli.
La cosa piacque molto al Pastore, che dal pulpito invitava il villaggio alla riconciliazione con i nuovi vicini.
-Ci vuole molto più coraggio per coltivare la pace che per ostinarsi nel rancore - diceva. -La pace sarà di giovamento per tutti, e tutti potranno essere perdonati dei loro molti peccati grazie ad un gesto di buona volontà.
E il villaggio, tenuto consiglio, così fece, per amore della pace.
L' EREDITÀ
Un giovane uomo salì alla montagna del santo eremita, in cerca di consiglio.
- Dimmi che vuoi, giovane uomo.
- O santo eremita, dimmi cosa posso fare. Sono il secondo di due fratelli…
- Ed una sola è l'eredità. Da quale paese provieni?
- Ad occidente di questi monti..
- E sei disposto a tutto pur di togliere l'eredità a tuo fratello?
- O santo eremita, a tutto!
- Allora ascolta questo consiglio. Va’, cerca la cosa più bella che c'è per adornare la tomba del tuo genitore, portala al suo sepolcro davanti a tutto il paese e l'eredità sarà tua.
- Tu dici bene, santo eremita, ma dove troverò la cosa più bella?
- Nelle nuvole, fra le stelle, fra la sabbia del deserto, nei sussurri del vento, in mezzo ai raggi del sole, fra i ricordi dei giorni antichi, chi può dirlo? Prima la cercherai, prima la troverai.
Il giovane partì allora alla ricerca della cosa più bella, come gli aveva detto l'eremita.
Dopo cento giorni il giovane salì nuovamente alla montagna del santo eremita.
- Hai dunque trovato la cosa più bella?
- O santo eremita, io non l'ho ancora, e mio fratello già accampa diritti sull'eredità.
- Hai tu guardato fra le nubi, fra le stelle, nella sabbia, dentro il vento, sopra il sole, dietro ai ricordi, come ti avevo detto?
- Ho provato, come tu mi hai detto, ma non sono riuscito. Molte reti ho gettato nel cielo, ma le nubi non si fecero imbrigliare. Molti colpi ho sparato nella notte, ma le stelle non si fecero colpire. E non so quante tagliole ho sparso nel deserto, ma le dune non si fecero catturare. E quante trappole ho teso al vento, senza prendere una sola brezza d'autunno. E quanti sguardi ho gettato al sole, senza imprigionarne un solo raggio. E quanta terra ho gettato sui ricordi, senza poterne seppellire nemmeno uno. Adesso che cosa porterò sul sepolcro del mio genitore?
Gli rispose il santo eremita:
- Se vuoi catturare le nuvole, non ti serviranno reti da gettare al cielo, ma molto e molto tempo ti occorrerà ancora. Se per mille giorni ti fermerai a guardarle, se per mille giorni ne indovinerai le forme continuamente cangianti nell'azzurro del cielo, e darai loro un nome e le chiamerai una ad una, per mille giorni solo tu con loro e il tuo sguardo al cielo, al millesimo ed un giorno tu pure sarai nuvola.
- E se vuoi afferrare una stella, non ti serviranno proiettili da sparare alla notte, ma molto e molto tempo ti occorrerà ancora. Se per mille sere scruterai le notti, se per mille volte alzerai il tuo sguardo alla volta del cielo e conterai le miriadi di miriadi, e darai loro un nome e le chiamerai una ad una, per mille giorni solo tu con loro e il tuo sguardo alla notte, al millesimo ed un giorno tu pure sarai stella.
-E se vuoi catturare il deserto, non ti serviranno le tagliole, ma molto e molto tempo ti occorrerà ancora. Se per mille mezzogiorni ascolterai il sole penetrare dentro ai sassi bollenti, se per mille volte sentirai spaccarsi le rocce e vedrai le sabbie nascere dai sassi riarsi, ed il migrare delle dune, e darai a loro un nome e le chiamerai una ad una, per mille giorni solo tu con loro, e tu dentro alle rocce ubriacate dal sole, al millesimo ed un giorno tu pure sarai sabbia.
-E se vuoi catturare il vento, a nulla ti serviranno le trappole, ma molto e molto tempo ti occorrerà ancora. Se per mille giorni lascerai la tua pelle sfiorare le brezze, se dalle cime di mille monti ti farai accarezzare dai silenzi, e darai loro un nome e li chiamerai uno ad uno, per mille volte solo tu con lo sferzare delle tempeste, al millesimo ed un giorno tu pure sarai vento.
-E se vuoi appropriarti dei raggi del sole, a nulla ti serviranno gli sguardi se non a lasciarti cieco, ma molto e molto tempo ti occorrerà ancora. Se per mille mattini saprai ascoltare i suoi primi bagliori, e vedrai nascere i colori e spiegarsi le tinte della luce sui monti e sulle foreste, se per mille volte ascolterai i fiori parlare con loro, ed ai colori darai un nome e li chiamerai uno ad uno, per mille mattini tu solo con le luci dell'alba, al millesimo ed un giorno anche tu sarai luce.
-E se vuoi seppellire i ricordi, a nulla ti servirà gettarci la terra, ma molto e molto tempo ti occorrerà ancora. Se per mille volte ancora ascolterai le loro speranze e rivivrai i tempi ed i giorni, se per mille rimorsi ricostruirai un volto al passato, se a quei rimorsi darai un nome ed avrai il coraggio di chiamarli uno ad uno, tu solo con il tuo passato, al millesimo ed un giorno anche tu non sarai che un ricordo.
All'udir ciò, il giovane scese dalla montagna e fece come l'eremita gli aveva detto. Per mille giorni guardò le nuvole passare nel cielo, e per mille giorni ancora dette un nome alle miriadi delle stelle, e per mille giorni ancora ascoltò i silenzi delle rocce e poi per altri mille gli ululati dei venti. La cosa più terribile fu ricordare i passati per mille giorni ancora. Passato che fu tutto questo tempo, si incamminò nuovamente verso la montagna del santo eremita.
Come lo vide, l'eremita gli disse:
- Tuo fratello è morto.
- Lo so, me lo ha detto il vento.
- Hai dunque trovato quello che andavi cercando?
- Tu lo sai. Ognuno è in sé una cosa preziosa, la più preziosa, perchè può dare un nome alle nubi, alle stelle ed ai ricordi.
- Io ormai sono troppo vecchio.
- Anche questo mi ha detto il vento. Ma cosa dovrò dire loro, quando vorranno altri consigli per altre eredità, loro che non sanno delle nuvole e delle stelle, delle rocce e dei venti?
- Qualcuno vorrà la cosa più preziosa. Come io ho guidato te, tu li guiderai alla meraviglia della Creazione. Quando qualcuno di essi ritornerà, lascerai a tua volta questa montagna e mi raggiungerai nel vento.
IL VIRUS DELL' E.D.M.
Avete presente le varie parti del corpo? Stanno fra loro in perfetto equilibrio. Ognuna riceve dalle altre di quanto necessita, ognuna svolge una funzione adeguata, fornendo un qualche contributo per le altre.
Ma non sempre questo armonico equilibrio si riesce a mantenere!
La nostra storia comincia un giorno, in un corpo sano, quando entrò il virus dell’EDM (virus dell'economia di mercato) e la libertà di impresa colpì il fegato. Questi cominciò una superproduzione di bile, che immagazzinò in una cistifellea gonfia a dismisura, convinto di poterla collocare sul mercato con profitto.
Ben presto il corpo intero fu invaso di bile, ma il fegato ugualmente tentava di incrementarne il mercato, e convinse gli intestini, con una bombardante campagna pubblicitaria, ad aumentare il "fabbisogno".
"Bile: e sai cosa bevi!"; "Chi beve bile, campa cent'anni"; "Bile: per molti, ma non per tutti."... E tutti gli intestini, giù a prender bile!
Ora,per produrre tutta quella bile, ben presto si accorse che gli necessitava un maggior apporto di ossigeno per le sue cellule: già, ma dove lo trovava dell'altro ossigeno? Così escogitò la storia del polmone destro, il suo vicino.
-Il polmone - disse - mi sottrae sangue (cioè cibo ed ossigeno) prezioso!
In reltà al fegato arrivava sangue più che sufficiente per il proprio metabolismo, ma continuò a richiedere che dirottassero su di lui più sangue, più proteine, più vitamine, e tanto di quel chiasso fece per la cupidigia di maggiori ricchezze, che riuscì a far deviare su di sé una buona parte delle arterie destinate al polmone, sottraendo a quest'ultimo risorse vitali.
Poco tempo dopo il polmone si ammalò gravemente, e gli intestini non riuscirono più a digerire bene perché ubriachi di bile.
Il corpo intero morì, ed il ricco fegato non sopravvisse tre minuti.
È VERO O NON È VERO CHE L’ASINO BIANCO C' HA IL CULO NERO ?
Raglia il somaro che pur sembra chiaro:
culo non c'è più nero di me!
Nel paese dei somari bianchi scoppiò un putiferio.
Un giornale d'opposizione, gestito dai somari neri, se ne uscì con uno scoop d'altri tempi: "Edizione straordinaria! E' proprio vero: anche l'asino bianco ha il culo nero! Tutti i particolari."
Gli altolocati somari bianchi, da molti anni al potere, si videro così sbattuti in prima pagina per la prima volta per qualcosa che, lungi dall'essere la solita adulazione di regime, costituiva un vero colpo basso alla loro pubblica ed immacolata immagine di somari irreprensibili alla guida del paese.
Ragli di sommesso stupore cominciarono a circolare tra le equine menti benpensanti circa l'amara verità delle anali negritudini scoperte anche a carico della elitaria popolazione albina.
Il mito della purezza dell'equina razza bianca, dei somari superiori, capaci, virtuosi, si sgretolava violentemente contro questa incoercibile evidenza: anche loro, sì, anche loro, dentro dentro, nel più basso e plebeo dei punti deboli, erano negri!
Negri proprio come tutti i somari, loro, i somari chiari, che sbandieravano la loro chiarezza come segno evidente di predestinazione, che per quel peloso candore si erano sempre sentiti i prediletti di Dio, loro che si erano sempre distinti in tutto dal resto della ceterità asinina, dal basso volgo delle moltitudini dal pelo bruno, ai quali ora tornavano ad essere spregevolmente equiparati in forza di quel piccolo blasfemo particolare... Che onta!
Certo, se qualcuno avesse avuto il coraggio di guardarli prima per il buco del culo, sarebbe stato facile scoprire che la merda bianca non esisteva per nessuno. Ma chi poteva osare guardare da dietro quei distinti somari dal candido pelo, cui si stava sempre di fronte e col capo chino, in deferente segno di subalternità?
Si comportavano da sempre come se anche i loro escrementi fossero bianchi, e tutti ci credevano, anzi, taluni pensavano che non cagassero nemmeno, tanto superiori apparivano ad ogni bisogno plebeo ancorché fisiologico.
Ma le feci, come la morte, livellano ogni distinzione. Davanti ad esse non regge discriminazione alcuna, di religione, di sesso, di ceto sociale, di lingua, di razza, niente. Le feci, la vera costituzione! Per tutti cacche dello stesso colore, per tutti merda dello stesso sgradevole odore, senza distinzione. Le feci, la vera democrazia!
Quelle feci che tutti rendevano uguali forse potevano anche essere accusate di comunismo, ma di fatto equiparavano l'asinina condizione tanto per gli austeri somari chiari, quanto per la moltitudine plebea dei somari bruni.
Ed anche per i somari chiari, quelli che ragliavano con la erre moscia e che indossavano solo zoccoli firmati, tutto quel loro avere la puzza sotto il naso fece nascere il dubbio di un origine endocrina del malodore percepito con tanta ostentazione: e se quella puzza, invece che delle cacche altrui, fosse la mera risultanza olfattiva dei loro stessi escrementi neri, maledettamente neri, oscenamente neri, neri come i loro buchi del culo?
Comunque, ciò costituiva un problema politico serio: perché la perdita del prestigio non è che l'anticamera della perdita del potere.
Occorreva trovare un'immediata risposta alle infamanti accuse lanciate dal giornale delle opposizioni, perché già nei bar, negli uffici, nelle fabbriche, nelle scuole non si parlava d'altro. Ovunque lo stesso ritornello, che il popolino invidioso si passava di bocca in bocca: "è vero o non è vero che l'asino bianco ha il culo nero?".
E giù raglianti risate ogniqualvolta che qualcuno pronunciava, anche per caso, l'aggettivo "nero", e giù risolini ogniqualvolta che per strada passava un asino bianco; insomma, una situazione insostenibile. Ma che fare?
Che fare se le feci rimanevano per tutti comunque nere, maledettamente " n e r e "! Come avrebbero potuto ora fare le tre repubbliche, quella dei ricchi asini bianchi al nord, quella dei centristi dal pelo marrone, e quella dei negri meridionali al sud, se tutti ugualmente erano neri nel buco del culo?
Ed alle elezioni, cosa avrebbero potuto dire i somari chiari a quelli bruni: "guarda che culo sudicio che hai" ? "hai visto come olezzi"? "Non votate per lui perché puzza e mangia i ciuchini"? E come, visto che, se i bruni avevano il culo nero, anche i chiari avevano il culo nero, ed erano maledettamente uguali se visti da dietro!
Il buco del culo: questa fu la vera fine politica dei somari bianchi!
La loro grande colpa fu di averlo uguale a quello di tutti gli altri, e cioè nero, oscenamente nero, maledettamente … NERO !
VENDIMI L' ARIA
Un giorno al villaggio si presentò un insolito individuo, vestito in maniera straniera, che veniva da un altro pianeta, sembra da oriente.
Passava di casa in casa, di capanna in capanna, e diceva ad ogni uomo del villaggio:
- Vendimi la tua aria !
L'aria?
Noi ci guardammo tutti sbigottiti: come si poteva pensare di “comprare” l'aria?
L'aria è di tutti, è qui, è lì, tutti la respirano, uomini ed animali...
Sembrava a tutti un'idea balorda, cose di un altro pianeta.
Ma lo straniero insisteva, insisteva: "vendimi l'aria". E dava due sacchi di riso per l'aria di ognuno.
Così cominciammo a vendergli l'aria, perché due sacchi di riso, eh, facevano comodo a tutti. E poi che cosa ci si perdeva a vendere ciò che comunque non era di nessuno?
Insomma, fosse stato per noi gli avremmo venduto anche le stelle ed il vento ed i fiumi. Occhio di Lince provò a vendergli la notte, ma lo straniero dava i due sacchi di riso solo per l'aria, ed ebbe anche lui i suoi bravi due sacchi di riso e non un chicco di più. Solo il vecchio Alce Silenzioso non volle vendergli l'aria, ma lui stava sempre da solo, due miglia oltre il villaggio.
Poi un giorno lo straniero convocò il consiglio degli anziani e disse:
- A tutti voi ho comprato l'aria, e tutti voi avete ricevuto due sacchi di riso: dunque l'aria sopra questo villaggio è mia.
Gli anziani convennero che il sacrificio di tutti quei sacchi valeva bene il "possesso" dell'aria. Poi lo straniero continuò:
- Ora andatevene via di qui, perché non voglio che respiriate la mia aria, andate a respirare l'aria di qualcun altro.
Gli anziani si guardarono sorpresi, ma dovettero ammettere che quello che chiedeva era giusto, e che se l'aria era sua non dovevamo respirarla. Ma, se non la potevamo respirare, dovevamo andare via tutti da lì e trasferire il villaggio. Allora gli anziani gli dissero:
- Quello che chiedi è giusto, perché tutti noi abbiamo preso riso in cambio di aria. Ma ti preghiamo, adesso rivendici l'aria che troppo facilmente ti abbiamo ceduto, perché non si debba trasferire il villaggio: ti daremo per questo lo stesso riso che abbiamo preso da te ed in più altri cento sacchi.
Lo straniero però disse che voleva tenersi l'aria. Tuttavia avrebbe permesso a ciascuno di respirarne quanto bastava per sé in cambio di una sola ciotola di riso a settimana.
Gli anziani giudicarono equa la proposta dello straniero, e da quel giorno ogni uomo del villaggio portava una ciotola di riso allo straniero per ogni componente della sua famiglia, ogni settimana.
Nel giro di un anno lo straniero ricevette più riso di quello che aveva dato a noi, e l'aria restava sua. Ed ogni settimana gli dovevamo portare altro riso, e presto il riso cominciò a scarseggiare anche per noi. Lo straniero invece, padrone dell'aria, senza fare niente accumulava grandi quantità di quel riso che noi, con sudore, strappavamo alla terra.
Un giorno Occhio di Lince smise di portare la sua ciotola di riso.
Lo straniero andò su tutte le furie e convocò il consiglio degli anziani.
- Anche lui-diceva- respira la mia aria e quindi mi deve il riso.
-No - rispose Occhio di Lince - io non respiro più la tua aria: ho parlato con Alce Silenzioso, che ha detto che posso respirare della sua. Tu, è vero, hai la grande parte dell'aria di questo villaggio, ma una parte dell'aria è sempre di Alce Silenzioso. Puoi tu misurare quanta aria sia tua e quanta invece sua? E dunque come puoi dire che è della tua quella che respiro? Io non ti darò più ciotole di riso.
Il consiglio degli anziani trovò giuste le ragioni di Occhio di Lince, e lo dispensarono dall'obbligo di portare il riso allo straniero.
Il giorno dopo tutti corsero da Alce Silenzioso, che a tutti prestò la sua aria. Lo straniero era furente!
Il giorno ancora dopo Alce Silenzioso fu trovato morto nella sua capanna.
Tutti pensarono che era stato lo straniero, ma nessuno lo aveva visto, e non lo poterono incriminare.
Lo straniero però convocò il consiglio, e disse:
- Ora che Alce Silenzioso non è più di questa terra (gli dei lo accolgano), egli non ha più parte di aria in questo villaggio, e perciò tutta l'aria adesso mi appartiene. Ed io non voglio che respiriate più la mia aria a meno che ognuno di voi non mi porti tre, dico tre ciotole di riso a settimana. Così ho stabilito che sia della mia aria.
Il giorno dopo trovarono morto lo straniero.
Tutti pensarono che era stato Occhio di Lince, ma nessuno lo aveva visto, e non lo poterono incriminare.
La morte dello straniero fu però la nostra condanna.
Non so come gli amici dello straniero seppero della sua scomparsa, ma vennero a migliaia muovendo guerra contro il villaggio, per vendicarlo. I loro guerrieri erano forti, le loro armi terribili, di un altro pianeta, e molti dei nostri vennero uccisi, ed il villaggio fu esiliato. E partimmo per luoghi lontani ed ostili, oltre i confini che gli stranieri ci imposero. Più di tre anni di cammino impiegammo per giungervi, e là il villaggio fu ricostruito. Ma ormai non eravamo che pochi sopravvisuti.
Dopo tre anni che il villaggio si era trasferito, un giorno si presentò un insolito individuo, vestito in maniera straniera, che veniva da un altro pianeta, sembra da occidente.
Passava di casa in casa, di capanna in capanna, e diceva ad ogni uomo del villaggio:
- Vendimi la tua terra!
La terra?
Noi ci guardammo tutti sbigottiti: come si poteva pensare di "comprare" la terra! La terra è di tutti, è qui, è ovunque intorno a noi, e tutti ci camminano sopra, uomini ed animali, e tutti ne mangiano i frutti.
Sembrava a tutti un'idea balorda, cose di un altro pianeta.
Ma lo straniero insisteva, insisteva...
LA MADIA DEL RE
Un topolino ardito raggiunse la madia del Re.
Quando il Gran Dispensiere di corte informò Sua Maestà dell’avvenuto rosicchiamento del pane regio, il Re fece tagliare la testa del Gran Dispensiere.
La Regina pensò tra sé che sarebbe stato meglio per lui fosse stato zitto.
E dal momento che bisognava trovare un nuovo Gran Dispensiere, il Re promosse a questa augusta carica il Cuoco di Corte, e il giovane garzone del cuoco a Cuoco di Corte egli stesso.
Quindi ordinò che nessuno, topo od uomo che fosse, osasse più in alcun modo diminuire il pane regio.
Ma quello che gli uomini obbediscono, non l'obbediscono i topi!
Per assicurarsi la testa ben appiccicata sul collo, il nuovo Gran Dispensiere mise trappole per topi in tutta la cucina regia, e due grandi e feroci gatti da guardia davanti alla madia.
Ma, invece, furono proprio i gatti a finire presi nelle trappole, ed il topolino ardito riuscì, con tutto il comodo suo, a rosicchiarsi un altro bel pezzettino di pane.
Il nuovo Gran Dispensiere se ne accorse e corse a riferirlo al Re, che gli fece tagliare la testa. La Regina pensò tra sé che sarebbe stato meglio per lui fosse stato zitto.
Poi il Re nominò Gran Dispensiere il giovane cuoco, che già era stato garzone cuciniere, la qual cosa piacque molto alla Regina che prese a convocare sovente il neo nuovo Gran Dispensiere presso di lei, nei suoi appartamenti privati, per potergli ordinare le provvigioni di suo gradimento.
La Regina ed il Gran Dispensiere pensarono tuttavia che sarebbe stato meglio per loro se fossero rimasti zitti.
Molti giorni passarono. Il Re vinse una guerra, fermando vittoriosamente l'esercito nemico di un altro re che voleva rosicchiargli un pezzo di regno. Ma non riuscì a fermare il topolino ardito, che continuava a fare man bassa di pane regio nella madia del Re, ed il Gran Dispensiere rimase zitto, della qual cosa molto il topolino gli fu grato.
Finché un giorno il Gran Ciambellano riferì costernato al suo Re che qualcuno rosicchiava il pane della regal madia e qualcun altro rosicchiava l'affetto della sua regal sposa.
Il Re, furente, per prima cosa fece tagliare la testa del Gran Ciambellano, e la Regina pensò tra sé la solita cosa.
Poi il Re corse a controllare di persona come stessero i fatti all'interno della madia regia e scoprì che il pane era rosicchiato davvero!
Fuori di sé, stava per avventarsi sul Gran Dispensiere, quando saltò fuori il topolino ardito, che ritto sulla madia con le proprie zampette alzate, così parlò al Re:
- “Maestà, anche se non sono che un topolino, ardisco di parlarvi.”
Il Re, e tutti quelli del suo seguito, all'udir parlare il topolino, rimasero esterrefatti. Meno il Grande Sapiente di Corte, che con la sua barba bianca sussurrò negli orecchi del Re: “Già è capitato, qualche volta, che quello che non osano dire gli uomini, lo dicano i topi. Me lo hanno detto le stelle”.
Il Re allora, rivolto al topolino, gli ordinò di parlare.
- “Maestà, questa vostra regal madia è piena di ottimo pane, sempre fresco, sempre abbondante, che i vostri servitori preparano per voi con amore e dedizione.
“I regi fornai cuociono per voi le migliori farine, macinate dai più abili mugnai con i frumenti più pregiati, scelti solo per voi. Ma voi, Sire, questo pane neppure lo assaggiate. Se non fosse per me, nessuno sulla terra conoscerebbe quanto è buono il pane del Re, se non i porci dopo che è già ammuffito. Io solo posso attestare l'orgoglio dei vostri fornai, dei vostri mugnai, dei vostri coltivatori, che senza di me faticherebbero invano per un pane che nessuno consuma. Vi par dunque la mia una colpa tanto grave? Non ho che rosicchiato un pane altrimenti destinato alla muffa.”
Il Re capì bene quello che voleva dire il topolino. Si voltò a guardare la sua sposa, e per la prima volta in vita sua si accorse di quanto era bella la sua Regina, che tutti gli altri re gli invidiavano. Licenziò il Gran Dispensiere senza fargli tagliare la testa, e da quel giorno lui e la Regina fecero lunghe camminate insieme nei giardini reali dietro al palazzo. Dopo nove mesi nacque al Re un erede, maschio, l'orgoglio del regno e l'invidia di tutti gli altri re.
Si dice che da quel giorno il Re ricominciò a mangiare con gusto anche l'ottimo pane che i suoi servitori preparavano per lui ogni giorno, e non ci fu più bisogno di far guerra ai nemici perché era contento del regno che aveva e della sua bellissima Regina.
Vissero così tutti felici e contenti, meno che il topolino ardito, a cui il Re fece tagliare la testa dietro consiglio del Grande Sapiente di Corte, che aveva letto nelle stelle la legge del mantenimento del prestigio per chi è chiamato ad esercitare il potere, ed era legge universale, valida anche per le fiabe.
“Primo dovere di un re è quello di non essere contraddetto, neanche quando ha torto, e nemmeno dai topi”, sussurrò contristato il Gran Sapiente all'orecchio del Re. “Cosa succederebbe se qualcuno si accorgesse che anche il Re può sbagliare? Chi più ubbidirebbe i suoi ordini?”.
La Regina pensò che, tutto sommato, per il topolino sarebbe stato meglio che non fosse stato troppo ardito, e che se fosse rimasto zitto ancora oggi avrebbe rosicchiato il pane regio dalla regal madia.
Ma lo pensò in scrupoloso silenzio.
IL PITECANTROPUS ABSURDUS
Uno scienziato pazzo faceva sperimentazioni sugli embrioni. Un giorno, dopo aver clonato un embrione di ornitorinco, ne ibridò i gameti con quelli di un rospo, li infettò con il virus dell'herpes simplex, ed innestò il tutto su di un embrione umano, ottenendone l'essere intelligente più sgangherato di questo mondo, che quindi decise di eliminare.
Ma, per errore, l'embrione finì nell'incubatrice del laboratorio sviluppandosi fino a nascere, e, nato, crebbe fino allo stadio adulto in sole dodici ore (perché il gene della crescita gli perveniva dall'herpes), e siccome dai cromosomi umani aveva acquisito l'intelligenza e la capacità di linguaggio, anche se in maniera un poco sgangherata, e da quelli del rospo aveva acquisito l'anelito alla libertà (gene ormai scomparso dal corredo cromosomico dell'homo sapiens, ma rimasto in quello dei rospi), il nuovo essere guadagnò la porta del laboratorio e se ne uscì nel mondo, all'insaputa dello scienziato pazzo, dove vide molte cose ancora più strampalate di lui che non riuscì a capire.
Ora, il nostro pitecantropus absurdus, all'età di tre giorni, si era già reso conto di quello che stava succedendo sul pianeta, poiché era molto intelligente, anche se di una intelligenza un po' sgangherata, ed aveva imparato anche a parlare, anche se con una sintassi un po' sgangherata, e camminava liberamente per il parco della città con una sgangherata andatura.
Ma, diciamolo, questo vero e proprio aborto evolutivo era davvero ridicolo con le sue tre gambe diseguali e la sua inutile ingombrante coda.
Al quarto giorno, dopo aver inciampato per tre volte sulla sua stessa coda, incontrò nel suo goffo procedere un homo sapiens, di razza bianca e cultura occidentale, insomma, il vertice della parabola evolutiva dell'universo, che nel vederselo davanti si sganasciò dalle risa.
Il pitecantropus absurdus, fresco di creazione e curioso di comprendere, rimase offeso di quella risata, e nel suo sgangherato linguaggio chiese la ragione di tanta ilarità al suo interlocutore sapiens.
- Ma non lo vedi quanto sei assurdo? - gli disse tra le risa il sapiens.
- No, vedere io non, caspita, dire quanto esso io il fui, dire tu meco!- chiese l'absurdus.
E il sapiens cominciò a sciorinare la lunga sequela delle sue evidenti malformazioni ed assurdità evolutive: le tre gambe diseguali, la coda sproporzionata, gli zoccoli dei piedi (lui, un essere plantigrado eretto!), l'incredibile pelo sul volto ed i genitali, invece, nudi, le mani palmate senza essere nuotatore, l'indice oppositore invece del pollice, gli occhi semoventi, la lingua vischiosa... mai si era vista cosa tanto buffa deambulare sulla terra!
- No, vero - disse allora impermalito l'absurdus - tu sbagliassi qui, ovvero, su terra tu buffissimo me di più, tu assurdo verace, tu mi capire non cosa esseresti caspita tu.
Il sapiens, sul principio divertito, gli chiese perché.
E l'absurdus, nel suo sgangherato idioma, cominciò a sua volta una lunga sequela di cose, apprese in quei tre giorni andando in giro e guardando la tivù.
Parlò di esseri che respiravano l'ossigeno ma che lo distruggevano, e loro con lui, per amore delle macchine: e questo era molto assurdo; parlò di esseri che uccidevano altri esseri come loro: e questo era molto assurdo; parlò delle stragi di consimili perpetrate per acquistare gialli metalli di cui non potevano nutrirsi e neri liquidi che bruciano ai quali non potevano abbeverarsi: ed anche questo era molto assurdo; parlò di esseri rinchiusi in alienanti edifici dove si producevano macchine e fogli, di catene di montaggio e atti cartacei, e che lo facevano per "procurarsi il cibo" invece di coltivare la terra, come se mangiassero quelli invece del pane: ed anche questo era assurdo; parlò di esseri che pensavano di dover superare altri esseri, e che per questo deformavano le loro menti ed i loro corpi: questo sì che era assurdo; parlò di esseri che, potendo con la loro intelligenza trovare i mezzi per essere felici, avevano invece trovato l'energia per distruggere ogni forma di vita e loro stessi con tutto il pianeta: questo pure era molto assurdo; e di molte guerre, e torture, e genocidi, e violenze, e soprusi d'ogni genere cominciò a parlare il pitecantropus absurdus, nel suo sgangherato linguaggio, per dimostrare che, in fin dei conti, con tutte le sue assurdità, era meno assurdo del genere umano.
Quando ebbe terminato, il pitecantropus absurdus se ne andò fiero di sé, continuando per il suo sgangherato cammino, lasciando il sapiens muto, immobile, impietrito nella sua follia...
LA VERA STORIA DELLA ROTTA DI MAGELLANO
Quando la piccola flotta del grande ammiraglio trovò il passaggio nella terra del fuoco (appunto: lo stretto di Magellano) e diresse fieramente le prue verso ovest a sverginare il Pacifico, successe né più né meno quello che era capitato a Colombo: prima di giungere nelle indie, s'incocciarono in un continente sconosciuto, che allora occupava la gran parte di quell'oceano.
Inciampando giocoforza in questo nuovo ostacolo, e non riuscendone a trovare, per la sua vastità, passaggio per l'occidente, al grande ammiraglio non rimase che scendere a veder che vi fosse.
Ma quello che vi scoprì fu terrificante!
Forme di vita bizzarre, vegetali ed animali, facevano del continente misterioso un agguato mortale di insidie, veleni, serpenti, trappole e belve feroci. Ad ogni passo sabbie mobili, erbe velenose, acque insalubri, arbusti carnivori, pesci mortali, gorghi invincibili, felini giganteschi assetati di sangue. Tutto era mostruosamente pericoloso ed inospitale, a cominciare dai suoli dove camminava l'audace esplorazione, ora rocciosi ed inaccessibili, ora palustri e melmosi, ora bollenti e vulcanici.
Ogni passo di quell'infelice perlustrazione costava la vita a qualche marinaio della ciurma. Ma questo non era ancora nulla...
Magellano incontrò ben presto gli abitatori pensanti di quelle terre, e ne fu preso da grande terrore.
Tre specie viventi terrificanti si erano diversamente evolute a vita intelligente, raggiungendo altissimi livelli scientifici e culturali.
Una qualità di aracnidi, simili a ragni giganteschi e grossi come palazzi di tre piani, avevano fondato un regno nel nord; grandi piovre terrestri, megaoctopusus intelligenti e raffinati, li combattevano dalle loro posizioni nel sud; enormi gorilla parlanti si barcamenavano a sopravvivergli nelle foreste inaccessibili del centro del continente.
Nonostante l'evoluzione scientifica e tecnologica di quelle forme intelligenti, cui non erano sconosciute la musica e la poesia e che già conoscevano l'elettricità, le loro civiltà erano di una crudezza e di una barbarie inenarrabili (ma questo non vi stupisca, poiché anche nel nostro mondo musica, elettricità e poesia sono conosciute anche dalle più raccapriccianti dittature).
Che orrori, amici miei, che orrori! I ragni torturavano, prima di ucciderli, i loro nemici, facendoli urlare per settimane tra indicibili strazi (e questo succede anche nel nostro mondo), ma le urla e gli spasimi erano goduti dal popolo intero, che con soddisfazione partecipava ai rituali carnefici le cui pubbliche cerimonie erano occasione solenne di feste bestiali di collettiva esaltazione, godute perfino dai cuccioli di quella abominevole specie.
Che orrori, amici miei, che orrori! Le piovre, per contro, eran use a sbranarsi l'un l'altra, mutilandosi orribilmente (e questo succede anche nel nostro mondo), ma erano anche assolutamente cannibali, ed anzi prediligevano le carni dei loro stessi simili come prelibatezza, delle quali si gustavano, preferibilmente, le viscere calde di questi ancor vivi, anzi era proprio loro abitudine consumarli vivi e consapevoli - udite! - a poco a poco, riservandosi solo per ultime le parti vitali onde mantenere il più possibile le loro agonie in caldo.
Che orrori, amici miei, che orrori! La ferocia della civiltà dei gorilla non mi riesce narrare. Le madri abbandonavano i propri figli (e questo succede anche nel nostro mondo), oppure li squartavano esse stesse, e con le interiora essiccate ed intrecciate dei loro piccoli facevano vezzose collane e bracciali per agghindare la loro vanità.
Ora, per quanto tra loro sempre in guerra, al vedere sbarcare la flotta del grande ammiraglio, i prìncipi di quelle tre civiltà si allearono contro l'aliena presenza di questi sconosciuti esseri del mare, gravida per loro di minacciosi presagi.
E Magellano se la vide davvero brutta, perché ben presto si ritrovò assediato con tutta la sua truppa dai terrificanti indigeni, lontano dalle navi e dalle munizioni che già scarseggiavano.
Tutto era ormai perduto, ed il grande ammiraglio si sentiva già cibo per ragni, quando, con un colpo di genio, ne pensò una delle sue.
Prese i pochi indios che aveva con se, imbarcati nelle Americhe come schiavi, e li inviò a chiedere rinforzi alle navi, naturalmente perché fossero prontamente catturati dai terrificanti indigeni i quali, prima di ucciderli, vollero interrogarli su chi fossero e da dove venissero. Eh!
Non vi dico lo sbalordimento degli indigeni al sapere che i poveri meschini venivano da un continente vicino dove, prima dell'arrivo dei conquistadores europei, vivevano in pace. E di come fossero stati ridotti in schiavitù da quei potenti guerrieri bianchi, forieri di una civiltà terribile ed assurda, assetata di sangue. Ed imploravano di essere uccisi piuttosto che restituiti agli uomini di Magellano.
Stupefatti, gli autoctoni, vollero saperne di più su questi “uomini bianchi” a prima vista così stenti, simili a gorillini deformi e slavati, e presero a far domande su domande. Ma impallidirono davanti alle raccapriccianti crudeltà che gli indios raccontavano loro.
Con i loro orecchi udirono di guerrieri spietati, ebbri di sangue ed avidi d'oro. Di genocidi e sterminazioni di popoli e moltitudini, di ferocia inaudita, di esseri senza pietà per donne e bambini della loro stessa specie, di stupri e razzie. Di una razza signora dei mari, da cui arrivavano a milioni. Di una razza signora del fuoco, dotata di armi spaventose, capace di colpire con lo sguardo, ben oltre il tiro di una freccia, e di uccidere, con un solo colpo, un intero villaggio. Della potenza dei loro dei, crudeli e sanguinari, adorati con lo sterminio, la tortura e la schiavitù. Una razza per cui la vita non vale niente, che perpetra il disprezzo totale della vita di ogni essere, uomo o bestia che sia, che non si arresta davanti a nulla, capace con le sue strade asfaltate di violentare la foresta come se fosse una donna, capace di ferire la montagna mortalmente con le sue gallerie, scavate per cavargli da dentro il biondo metallo nascosto miglia e miglia sotto il suo ventre, e capace anche di ferire mortalmente, per un granello d'oro, un proprio simile.
Di una razza senza rispetto e senza dignità.
Le civiltà autoctone del misterioso continente appresero con orrore i particolari di ciò che era appena accaduto al continente vicino con l'arrivo dei bianchi guerrieri. Capirono di essere di fronte ad una potenza devastatrice senza eguali, ad una razza che domava il mare ed uccideva la terra, sventrava i monti ed adorava la Morte.
Capirono che anche il loro continente, ormai scoperto, era votato alla bramosia ed alla cupidigia di questi atroci esseri e dei loro avidi dei. E che tale era la scienza di queste terrificanti creature, che comunque, quand'anche questa volta fossero riusciti a vincerli, sarebbero prima o poi stati scoperti da altri loro simili. E che dopo sarebbero sbarcati numerosi come le stelle, potenti come il sole, ed avrebbero sventrato anche le loro montagne, depredato anche i loro metalli, cancellato anche le loro civiltà, distrutto anche i loro regni, sterminato ogni loro abitante e ridotto in schiavitù le foreste.
E, fatto comune consiglio, decisero che era comunque meglio risparmiare ai loro popoli ed alle loro terre una fine così atroce, autodistruggendosi, piuttosto che cadere nelle mani dei guerrieri bianchi e dei loro dei.
Così tolsero l'assedio, permisero al grande ammiraglio di tornare sulle sue navi, e quando questi fu lontano, sprofondarono con la loro evoluta scienza l'intero continente, che fu inghiottito, con tutti i suoi abitanti, dall'oceano, per sempre.
Senza più quel continente, il grande ammiraglio poté volgere le prore ad occidente e violare per la prima volta la circonferenza del pianeta.
Di quel continente misterioso e meraviglioso non si è mai saputo più nulla.
Delle altre terre, che non riuscirono a sprofondarsi prima di cadere in mano europea, son note le pene.
RELAZIONE DEL DOTTOR B.J. GIBBONS
AL CONGRESSO INTERNAZIONALE PSICHIATRICO DI PARIGI DEL 2015
Egregi colleghi, signori e signore,
la mia esperienza psichiatrica è per certi versi unica, ed i casi che sto per esporvi sono sicuramente destinati ad entrare nella letteratura scientifica.
Come sapete, vi parlo dei casi del manicomio criminale di Darkfields, in Arizona, dove ben isolati nel deserto e protetti da misure di sicurezza eccezionali, sono rinchiusi gli ultimi sopravvissuti affetti dalla sindrome di Marx, la gravissima malattia che devasta le menti, dai più conosciuta come “comunismo”, il cui contagio nel secolo scorso portò ai disastri che tutti conosciamo, fino alla provvidenziale scoperta del suo vaccino da parte del premio nobel per la medicina Michael Gorbaciov nel 1990.
Su consiglio del direttore della casa di cura, l'insigne prof. Budino, cercai di vivere fra di loro per alcuni giorni, fingendomi affetto dal loro stesso morbo, per cercare di comprendere fino in fondo gli sconosciuti motivi della loro follia. Perché, sapete bene che non è facile percepirne i sintomi, che dai malati sono coscientemente occultati, e rivelati solo in confidenza tra loro stessi, dove il mortale contagio ancora si propaga.
Dall'esterno sembrano normali, e non v'è test clinico, esame psichiatrico o tortura in grado di rilevare alcuna psichica deviazione. Poi però, appena fuori e liberi di agire, ecco che se ne escono con tutte quelle inqualificabili e perniciose azioni legate alla fruizione collettiva dei mezzi di produzione e, sostanzialmente, all'abolizione della proprietà privata. Se questa non è follia! Fortunatamente il contagio è stato debellato, ma ci son voluti quasi due secoli, e guerre, e stermini, e l'umanità è stata quasi sul punto di cedere al comunismo su scala planetaria.
I governi passati hanno dovuto agire con una più che giustificata crudeltà per contrastare l'avanzata della malattia, con elezioni truccate, finte democrazie, stragi di servizi segreti, colpi di stato, disinformazione di regime, lavaggi del cervello, censura, tortura, campionati di calcio, omicidi politici, lotterie, collusioni mafiose; ma a fin di bene.
Oggi, grazie alla scienza, nessuno muore più di comunismo, la libertà nessuno sa più cosa sia, tutti possono felicemente e tranquillamente morire di fame e di disoccupazione, il pianeta è lietamente avviato verso l'autoestinzione.
Tuttavia il Re degli Stati Uniti ed Imperatore d'Eurasia mi ha incaricato di constatare scientificamente la reale pericolosità psichica degli ultimi comunisti rinchiusi a Darkfields, non si sa mai.
Ed ecco le interviste segretamente registrate fingendomi uno di loro, che finalmente questo insigne congresso psichiatrico potrà valutare.
Per la prima volta possiamo disporre di sintomi genuini della sindrome, manifestati dai soggetti colpiti in piena libertà comportamentale. Tra di essi si registrano invero alcune costanti, quali la comune percezione della irreversibile sconfitta del morbo e la demonizzazione dell'occidente (oggi Mondo Globale), da taluni descritto anche come “la Bestia” o “l'Anticristo”, in riferimento ad una genìa dei più pericolosi infettatori del morbo, i celebri 12 untori che, più di 20 secoli or sono, parlavano di dei di pace e di giustizia e di fruizione comunitaria dei beni.
Si tratta comunque di manifestazioni visionarie, caratterizzate da schizofrenie vaticinanti, dove i termini sono simboli che alludono ad altre realtà, e comunque manifestamente deviati da una autistica percezione della stessa, probabilmente dovuta ai più di 20 anni di torture subite da ognuno di loro durante la terapia. Ne ho scelti alcuni casi emblematici, che vi faccio ascoltare direttamente, così come li ho registrati dal vivo.
Si può partire con la registrazione del documento sonoro 1, dalla regia, grazie.
* * * *
- ...Voli o cammini, tu, amico?
- Cosa?
- Sì, dico a te, voli o cammini?
- Perché scusa? Si può volare?
- Lo sai bene che si può volare! Sei una foca? Sì, sei una foca!
- Come scusa?
- Voi foche, da quando avete preso il brevetto evolutivo, volate a stormi nel cielo.
- A stormi nel cielo... e poi?
- E poi? Ma se migrate ogni fine settimana dalle metropoli alle località balneari, a centinaia di migliaia, ma che dico, a milioni, e fate sempre quel casino in cielo ogni domenica, ed ingorghi, scontri, incidenti, tamponamenti...
- In cielo?
- In cielo, certo, e dove se no? Ma in fondo, voi, foche con le ali, siete l'unica novità evolutiva di questo insipido fine di era geologica. Che piatto presente, che noioso futuro ci aspetta!
- Ci aspetta?
-Ti aspetta. Io ormai... Che noia!
- Noia. Perché?
-Ma come perché? Niente di nuovo, le solite cose, le solite facce. Con la restaurazione giurassica hanno perfino riesumato i brontosauri dalle teche di paleontologia. I rettili, tanto per cambiare, son tornati al potere su tutta la terra. Che palle! L'hanno già trasmesso questo film, saranno cento o duecento milioni di anni. Su questo pianeta sempre le solite facce.
- I rettili... e i mammiferi?
- E i mammiferi, come voi foche: i rettili gli hanno imposto forzate evoluzioni centrifughe rispetto al baricentro antropomorfico che aveva caratterizzato il quaternario.
- Cioè?
- Ssst! Che qui quel nome non si può più pronunciare...se ci sentono i rettili ci ammazzano a tutti e due!
- ...sottovoce: di quale nome dici?
- l' U O M O ! u.o.emme.o, ssst! zitto!
-...e come? non ci sono più uomini?
-Ssst! Zitto ti dico! Altro che uomini! Non ci sono più nemmeno mammiferi! Quelli rimasti o sono qui dentro, o li hanno forzati ad evolvere in forme funzionali al sistema dei rettili, come voi foche.
- E non ci sono più mammiferi liberi, da nessuna parte?
-Ssst! Vuoi farci ammazzare?...i topi.
- I topi?
- Sì, i topi! ti.o.pi.i. Resistono solo i topi, là, nelle fogne metropolitane, imprendibili ai rettili. Quelle fogne sono state costruite dai veterocomunisti, più di 100 anni fa, ed ora sono uno sconosciuto ed inarrestabile background rivoluzionario. I topi si evolvono ancora con logiche proprie. Ne sono certo.
- E come fanno a resistere ai rettili?
- Il loro segreto? Fanno all'amore da matti, anzi, da topi. In un mese son capaci di partorire tre generazioni. Tre generazioni in un mese, ci pensi? Ai brontosauri per fare tre generazioni ci vogliono 120 anni! E' fantastico!
La loro capacità di adattamento biologico ha del sorprendente. Più ne sterminano con i micidiali veleni derattizzanti, più loro diventano resistenti al veleno. Tre anni fa inventarono un derattizzante potentissimo, e fu un genocidio: il 98% della popolazione topina fu avvelenato. Ebbene, il rimanente 2% ripopolò in un solo anno il numero di individui iniziale, ed era ormai resistente anche a quel veleno. Una fantastica metastasi topina!
Facendo sempre l'amore, conquisteranno il mondo!
* * * *
Avanti dalla regia col documento sonoro 2, grazie. Nella camera di questo ammorbato, colleghi professori, vi era una piccola cannella d'acqua che volontariamente era lasciata gocciolare. Un comportamento etologico singolarissimo.
* * * *
Plick, plick, plick....
- Amico, non senti che la cannella perde?
Plick, plick, plick...
- Dovresti avvertire la direzione che ti mandi un idraulico, non trovi?
-Sono io l'idraulico, io capisci? E quello è il mio incubo, la mia maledizione!...
- Scusa?
- No, tu non puoi capire. E' una storia vecchia, sai?
- Quanto vecchia?
- Eh, c'erano ancora i marxisti a Cuba!
- Perché non mi racconti questa vecchia storia?
- Te la sta raccontando la cannella: plick, plick, plick.
- Non parlo la lingua delle cannelle.
- Allora, amico, te la racconterò con le parole degli uomini.
Al palazzo di vetro delle Nazioni Unite - te lo ricordi vero il palazzo di vetro? Quello che poi, dopo la tecnoguerramondiale, fu trasformato in chiesa inflazionista - plick, plick, plick, e chiamarono l'idraulico, che ero io.
Una cannella del bagno, su al quinto piano, gocciolava, gocciolava, non ti dico il fastidio del povero dott. Brown, anonimo funzionario della delegazione canadese la cui scrivania era dall'altra parte della parete. Plick, plick, plick, come questa cannella qui, esattamente.
Ma sì, non si poteva certo dire che facesse confusione, questo no, era solo un flebile, appena percettibile gocciolio regolare, intervallato sempre dallo stesso spazio di silenzio, meccanicamente identico, plick dopo plick, goccia dopo goccia.
E non si fermava mai, ossessionante scansione del tempo, odioso richiamo sonoro assolutamente incompatibile con la capacità di concentrazione del povero dott. Brown: l'ordine perfetto delle Nazioni Unite aveva un difetto, lì, nel bagno, e faceva plick, plick, plick. Ed io, per mia disgrazia, ero l'idraulico!
- E poi?
- E poi, tu come ci saresti rimasto, eh, se avessi visto quel coso, quel rubinetto, come ho visto io, con questi miei occhi, gocciolare sangue, sangue capisci?
- No, non capisco!
Neanch'io capivo. Ma quel coso lì gocciolava sangue, denso, rosso, d'un
rosso vivido, dall'odore intenso e vagamente rugginoso dell'emoglobina.
- Plick, plick, plick, ma era sangue!
"Sangue, certo che è sangue" - mi fece quell'altro, quel dott. Brown, così, con naturalezza, come se fosse una cosa ovvia - "cos'altro dovrebbe essere? Non passa forse per queste stanze il destino delle nazioni? Non passa forse per queste stanze il sangue di milioni di esseri umani? Ecco, vede? Se apro la cannella, così, ecco, esce un flusso regolare di sangue. E mica questo è il problema, sa? Il problema è che, se la chiudo, continua a gocciolare. Ecco, vede? Ah guardi, lei non sa il fastidio che mi procura questo sgocciolio di là, alla scrivania, insopportabile, semplicemente insopportabile."
Io, che stavo per svenire, a malapena riuscii a balbettare, paralizzato dall'orrore: "ma è sangue!...", che quello continuò: "Ma certo, gliel'ho detto: in tutto il palazzo scorre sangue ad ettolitri. Sangue umano sa? Del migliore! Scorre nei tubi come e meglio che nelle nostre vene. E' per le nostre necessità di tutti i giorni. Chissà come faremmo senza il sangue corrente negli uffici! Ma scusi, lei in casa, non ce l'ha? Con cosa fa da mangiare, con cosa lava lei? Qui, all' ONU, si fa tutto con il sangue. Logico, no, con tutto quello che scorre in questo palazzo, e con la scarsità di approvvigionamento idrico (lo sa che sotto New York la falda è scesa oltre i trecento metri?), mica potevamo sprecarlo così. Oh, ma è sangue potabile, sa? Guardi, se ha sete ne può bere un bicchiere! E' buonissimo. Ora poi, da quando usiamo le sorgenti in Bosnia, è ancora meglio. Quello iracheno, sapesse, una schifezza: sapeva sempre di petrolio. Beva, beva pure, che è buonissimo le ho detto! Sì, le prime volte ci si resta tutti un po' perplessi, ma poi ci si fa l'abitudine. Anzi, il sangue, qua dentro, è l'unica cosa che ci danno a bere. E poi ci serve per tutti i servizi igienici. Via, non mi dica che non sapeva che qui ci si lava le mani nel sangue! Ponzio Pilato lo prendiamo di tacco, qui all'ONU. Perfino la tazza del water, ma sì, lo sciacquone, ecco vede? (e tirò lo sciacquone) Sangue! I nostri escrementi sono idraulicamente rimossi dal sangue..."
Io poi non ricordo più nulla: svenni dallo schifo.
Quando mi risvegliai, in ospedale, raccontai tutto a mia moglie. Fu lei a denunciarmi: non si poteva dire "fuori" che l'ONU era un covo di sanguinari.
Dissero che ero un comunista, e mi portarono qui. Ma tutte le notti, ancora sogno una cannella che gocciola sangue, plick, plick, plick.
E credo che quel sangue sia il mio, lì nella tazza di quel water...
* * * *
Questo che sentiamo adesso è senza dubbio il più curioso. Il paziente aveva turbe maniacali ossessive, e parlava sempre da solo. Sembra che prima fosse stato un prete, della setta sanguinaria della Chiesa Cattolica. Correva continuamente con un inspiegabile comportamento etologico e psichico, e parlava con gli oggetti, gli alberi, i vasi, le finestre. Più o meno diceva sempre la stessa cosa. Dalla regia, prego, il documento sonoro tre.
* * * *
Lo senti? Ssst!... ascolta!... Eccolo lì, il suo respiro, lo sento, lo sento, c'è, c'è sempre, ovunque. Basta che fai un po' di silenzio e lo senti in qualunque stanza, in qualunque strada, ufficio, casa, scuola, negozio, ovunque!
E' una maledizione, una schiavitù, un mostro dell'età moderna: è la Bestia!... Sssst! Eccolo!... il respiro dell'Anticristo! Lo senti?... tic,tac...tic,tac...tic,tac, tic,tac...sempre, ovunque ti volti, c'è un orologio, un figlio del demonio, che con i suoi tic tac uccide i minuti: basta far silenzio e lo senti.
Ah, l'immondo e blasfemo misuratore del giorno, che coi suoi tic tac lo divide, lo seziona, lo squarta in 24 pezzi, 1440 brandelli, 86400 tic tac!
Ma un giorno è un vivente! Ed un vivente spezzato in 24 parti (in 1440, in 86400) non può vivere, è cadavere squartato, è carne da macello, esposta in vetrina per essere venduta al "minuto", è cibo per la Follia.
La Follia regna su questo mondo, come un mostro che divora i giorni, il tempo, gli uomini ed i pensieri: il suo nome è Occidente!
Un uomo, per essere un uomo, deve avere il tempo. Diviso che hai il tempo, hai fatto schiavo l'uomo, l'hai dato in pasto ad un orologio.
Amori, ideali, sentimenti, tutto ciò che era più profondamente umano, tutto è stritolato dagli orologi, dall'alito fetido dei loro tic tac. Corri di qua, corri di là, non c'è mai tempo, è sempre tardi...e finisce che è tardi per vivere!
Tic tac al posto dei pensieri, Tic tac al posto dei rapporti umani, tic tac al posto dei colori dell'autunno. Chi li vede più i colori dell'autunno: ci vuole tempo per vederli! Tic tac tic tac, già le quattordici, via al lavoro, presto, correre, correre, produrre, comprare.
Il giorno è un vivente. Per essere vissuto occorre intero: non vivono da soli i pezzi di un cadavere! O sono tutti riuniti e pulsanti in un corpo, o non sono e basta. Per alcuni popoli amerindi l'unità minima del tempo era il giorno. Essi, infatti, erano uomini, non automi programmati per essere unità di produzione-consumo.
Poi venne Colombo, e portò la civiltà, la religione e l’idolatria. Ed i tic tac.
Tic tac, tic tac.. è il battito cardiaco della Bestia, il centro propulsore del sistema, è il respiro del demonio, della "presenza mostruosa". E' ovunque, il maledetto, l'onnipresenza dell'Anticristo ti guarda sempre. L'Occidente ha occhi fatti di due lancette e di dodici tacche numerate su una circonferenza, e quegli occhi ci guardano, ci guardano, ci guardano sempre, ci tengono sotto il loro ipnotico comando sempre, nelle tasche della gente, occhi, e nelle stanze delle case, ancora occhi, e negli uffici, nelle strade, nelle macchine, nelle scuole, occhi, occhi, occhi, svizzeri, digitali, grandi, piccoli, a pila, a molla, occhi, occhi del demonio!
Anche sui palazzi civici e sui campanili delle chiese, occhi enormi, immondi, blasfemi!
Ci telecomandano, noi, povere unità di produzione-consumo, come vogliono.
Una lancetta sfiora la tacca delle sette, e noi scattiamo per andare in ufficio; tocca le tredici, ed il Grande Manovratore ci comanda di assumere cibo; scatta, scatta sempre, e ci comanda questo e quello. E noi, i suoi automi programmati, ubbidiamo.
Ci tiene in suo totale arbitrio, siamo schiavi devoti di quel tic tac.
E ogni schiavo finisce per adorare il proprio carnefice. Ho visto schiavi innalzare orologi sui campanili, perché un dio di 12 tacche su una circonferenza li protegga; e le campane che prima invitavano alla preghiera ora rintoccano la liturgia oraria e blasfema della Follia. Al suo culto sono consacrati i suoi servi: si distinguono per i preziosi amuleti d'oro che portano sul loro corpo, ai polsi, come catene di schiavi, e sono fatti di 12 tacche. E sempre a quegli occhi blasfemi alzano lo sguardo durante il giorno, per avere informazioni su quello che devono fare.
Ed ovunque ci guardano migliaia di occhi, tic tac, tic tac...
* * * *
Dopo la scomparsa del comunismo, un colpo di stato portò al potere i frigoriferi, e così in breve tempo tutto si congelò: dolori e speranze, storia e memoria, amori e colori, corsi e ricorsi, azioni e concorsi.
Il gelo imperò sovrano! La temperatura cristallizzò ben presto tutti i più grandi progetti in piccole stalattiti di ghiaccio.
Politicamente non successe più nulla, solo gelo e poi ancora gelo: una glaciazione di capitalismo assiderò le menti. Le bufere di neve ed i terremoti azionari furono gli unici freddi movimenti che perturbarono quel ghiaccio deserto ideologico, per secoli e secoli, senza più stagioni, senza più idee, senza più vita.
Erano gli albori del nuovo medio evo, l'età degli orsi polari, le uniche, rozze forze calde che, in virtù della glaciazione, dominarono il continente riuscendo a sopravvivergli.
Ma anche loro, per sopravvivere, dovevano stritolare le foche sotto i denti. E quando anche nelle foche il ghiaccio entrò nelle ossa, la temperatura sociale fu così bassa che congelò perfino l'Eros, la pulsione primordiale per eccellenza. I denti degli orsi polari si ruppero nel tentativo di mangiare le foche di ghiaccio, e morirono di fame.
In quel tempo potevi nascere orso o foca, tanto finivi comunque di ghiaccio.
Ma non disperate, la glaciazione non sarà eterna. Ai frigoriferi staccheranno la spina!
LA FOLLE MERAVIGLIOSA AVVENTURA DEL CAVALIERE CHE NON AVEVA VOCE DETTO IL SENZAPAURA
Quando il cavaliere senza voce, detto il Senzapaura, cominciò il suo lungo viaggio, cioè all'inizio di questa storia, non era ancora cavaliere e non aveva ancora il nome di Senzapaura. Anzi, proprio non aveva un nome.
Ma aveva un volto. Due occhi neri, intensi, eppure come perduti nel vuoto, fissi sull'ignoto, come di chi è assorto ad un pensiero più grande di lui.
Doveva essere un ben grave pensiero, perché quei due occhi sempre lontani, incastonati come diamanti su quel volto scarno, austero, quel volto dalla folta barba nera perennemente silente, inespressivo, assorto, quei due occhi sembravano tradire un immenso dolore, una inconsolabile solitudine, un passato triste, pietrificato nei suoi ricordi e incombente come eterno presente.
Egli era tutto lì, in quell'eterno dolore, in quello sguardo fisso a cercare il vento perché niente, ormai, poteva significare qualcosa per lui.
E con lui parlava solo il vento!
Quel giorno che comparve per la prima volta al limitare del bosco qui, a Winterhause, nessuno nel paese sapeva chi fosse o da dove venisse.
Era sfinito e quasi nudo, e si sedette all'ombra della grande quercia che dalla collina domina il villaggio, da dove non si mosse per settimane e settimane.
Al vederlo, quelli del paese pensarono ad un pellegrino, un eremita forse, che per fuggire le vanità del mondo avesse fatto voto di non proferir parola.
Non si capì mai se muto lo fosse davvero.
Nemmeno capimmo, dal suo sguardo inespressivo, assorto nel vento, se ci ascoltasse quando gli parlavamo, o se fosse pure sordo.
Certo che se ascoltava non lo dava a vedere, non muoveva un muscolo, non tradiva attenzione né emozione alcuna.
Ma, chissà perché, nessuno di noi pensò che potesse essere ebete, o sordo, o muto: si vedeva che non era un povero infelice, ma un anima grande ed austera, assorta in gravi pensieri, anche se non saprei dire da cosa si vedesse. Forse da quei suoi occhi neri, fissi, penetranti, che tagliavano il vento.
Gli portavamo da mangiare, là, alla grande quercia, e lui non diceva mai niente. Del resto mangiava pochissimo, si e no la pagnotta che ogni due giorni gli veniva lasciata, e gli avanzava anche quella.
Uno dei contadini gli portò una copertaccia, perché si riparasse dal freddo, e per molte settimane quella fu il suo abito, la sua pelle e la sua casa.
Il giorno e la notte, il vento e la pioggia, lo trovavano sempre lì, sotto la grande quercia, e quasi sembrava parlassero con lui.
Ma anche per loro egli riservava il solito sguardo assorto, e se gli parlava (perché tutti erano ormai convinti che egli parlasse al vento e alla notte), parlava di sicuro con il cuore e senza proferir parola.
Tuttavia nessuno lo avrebbe scambiato per un plebeo, o un mentecatto sordomuto. Tutti erano certi che una grande anima era venuta ad abitare sotto la quercia, per la gloria di Dio.
Per mesi e mesi non fece un solo gesto significativo.
Finché un giorno il vento gli disse qualcosa di diverso e di grande. E il mulo impazzito del mugnaio, con la sua stramba corsa, giunse sotto la grande quercia.
Di quel mulo pazzo, stordito da un fulmine e scappato dalla stalla del mugnaio, tutti sapevano bene di dover stare alla larga se non volevano essere furentemente scalciati.
Eppure alla quercia, tra lo stupore di tutti che dal villaggio se lo additavano l'un l'altro, il mulo si fermò a ricevere le carezze che, sul muso, sempre con lo sguardo assorto, il Senzapaura gli dava.
Cosa si dissero quel giorno il mulo, il cavaliere senza voce ed il vento, nessuno lo sa, e forse, chissà, non si dissero niente, ma a noi del villaggio sembrò che parlassero.
Poi avvenne l'incredibile. Al tramonto, dopo essere stato per mesi seduto sotto la quercia, con una vecchia coperta per mantello, il Senzapaura attraversò il villaggio a cavallo del mulo.
Avrebbe disarcionato il demonio, quel mulo, ma dal Senzapaura si fece cavalcare docile come un agnellino. Ed il Senzapaura, senza tradire nessuna emozione, e con lo stesso penetrante sguardo fisso nel vuoto che neanche sembrava si rendesse conto di essere lì, divenne cavaliere.
Altro che mentecatto, altro che sordomuto! Se aveste visto la nobile fierezza con cui cavalcava, il portamento eretto, lo sguardo sempre avanti, sicuro, deciso, come quello di un generale, la mente assorta in alti pensieri, lo avreste detto un principe! I contadini del villaggio, al suo passare, chinarono la fronte e si scoprirono il capo, come davanti ad un santo cavaliere. E lui, a passo lento, lasciò Winterhause senza alcun altro gesto od espressione del volto che tradisse una sua qualche attenzione per qualcosa o per qualcuno, niente.
Non si potrebbe dire se realmente si rendesse conto di quello che faceva e di dove stava andando, perché il mulo lo portava verso nord, ormai al crepuscolo, proprio verso i monti della Morte, il cui sentiero aveva forse imboccato a caso.
Ma per tutto il villaggio un cavaliere senza voce, un santo di Dio, aveva avuto dal vento l'ordine di sconfiggere le tenebre sui monti della Morte, da dove nessuno era mai tornato.
E tutti chiamarono quel misterioso cavaliere "il Senzapaura".
Quando, tre giorni dopo, ricomparve dall'altro capo della contea, ancora a cavallo del suo mulo e con una coperta a fargli da mantello, dopo aver attraversato vivo i monti della Morte, ancora con il suo sguardo assorto, tutti gridarono al miracolo, e la sua fama superò in un giorno i confini del regno.
In sella al suo mulo, armato solo dei suoi penetranti occhi neri, nemmeno i draghi, i demoni e le maledizioni di quei monti tenebrosi, e che forse non esistevano nemmeno, avevano osato sfiorarlo.
Ma per tutti, che di quei demoni erano certi e che sulle maledizioni avrebbero potuto giurarci, erano stati vinti dal Senzapaura. Ed a vederlo passare, con quello sguardo terribile inchiodato sempre davanti, tutti giuravano di capire perché: quello sguardo era più di mille spade, quegli occhi più di mille guerrieri.
Ed il Senzapaura, senza mai fermarsi, proseguì noncurante della folla il suo lento ma inesorabile cammino, o forse era semplicemente il mulo a portarlo avanti senza che lui se ne rendesse conto, chissà, e la sua fama lo precedeva.
Quello stesso giorno, al villaggio successivo, saputo che stava venendo il Senzapaura, una povera vedova, a cui il signore di quel castello aveva rapito la sua unica figlia, gli si fece incontro, e piangeva ed implorava che gli rendesse giustizia contro le angherìe del castellano.
Allo strazio di quella madre il Senzapaura sembrò per un istante fermarsi. Non la degnò d'un solo sguardo, ma andò verso il castello, o forse andò semplicemente avanti, e per caso il castello era sulla sua strada, ma tutti intesero che, ascoltando lo strazio della madre, muoveva contro il castellano.
Non vi dico il terrore del castellano al vedersi avanzare quest'uomo di ghiaccio dallo sguardo terribile, una coperta per mantello ed un mulo per cavalcatura, che aveva attraversato incolume i monti della Morte, seguito da una folla in rivolta. Non pensò nemmeno di difendersi. Prese la figlia maltolta e, restituendola alla madre, si gettò ai piedi del Senzapaura confessando la colpa ed implorando il perdono.
Il Senzapaura passò oltre, nel suo inesorabile cammino, senza degnarlo di uno sguardo, ma per tutti il cavaliere senza voce aveva liberato la figlia e perdonato il castellano che, con tanto clamore, gli aveva confessato le sue colpe. Per questo quel suo sguardo tremendo di giustizia che aveva ucciso i draghi (che forse non esistevano) dei monti della Morte, risparmiò invece il castellano.
Nel paese successivo, allo stesso modo fece giustizia ad un vecchio a cui il valvassore aveva sequestrato il raccolto. E da allora andava di paese in paese, o forse semplicemente lo portava a caso il mulo, rendendo ovunque giustizia contro le angherìe. Là dove non dirigeva verso il presunto oppressore, manifestava a tutti l'infondatezza dell'accusa; là dove dirigeva, subito si implorava il perdono. Ben presto nessuno ardiva richiedere, se non era ben sicuro del torto subito, e nessuno si provava a resistergli se veniva contro di lui, e se anche pensavano di essere nel giusto, capivano che le loro azioni, davanti a Dio, per una qualche ragione erano sgradite, e la ragione si trovava sempre.
Dirigendosi, nel suo inesorabile cammino, ai confini del regno, il popolo pensò che volesse muovere per liberare le terre cristiane dal dominio del vicino infedele. E si radunò intorno a lui una folla incredibile, armata di lance e bastoni, e si schierò con lui il re con tutto il suo esercito.
Quello che contro il potente sultano non era mai stato tentato prima, ora ognuno era pronto ad intraprenderlo, perché c'era il Senzapaura, il cavaliere di Dio.
E l'ardore e l'impeto del popolo fu tanto e tale che l'esercito del sultano, pure superiore in numero, fu sbaragliato, ed il suo regno riconquistato alla cristianità. Quando il Senzapaura vide il sultano prigioniero, passò oltre, nel suo inesorabile cammino, ed anche il sultano fu perdonato e lasciato partire per i vicini regni arabi.
Su un monte, a precipizio sul limitare di un'alta scogliera di fronte all'oceano, un metro prima del baratro il mulo si fermò. Il Senzapaura, lo sguardo assorto nel suo dolore, gli occhi fieri a tagliare l'orizzonte, scese e si sedette.
E forse era sordomuto, perché non disse una sola parola, aspettando la morte.
Tutti pensarono che la sua missione era finita e che poteva tornare a Dio.
O forse, chissà...
I QUARZI DI ANTILUNA
Esistono, esistevano, esisteranno mai forme di vita intelligente perfettamente raziocinanti? Forme di pensiero puro, avulse da oneri biologici, da un corpo fisico, da metabolismo alcuno, senza cellule o sangue, fatte esclusivamente, appunto, di capacità logiche, di "pensiero"...Invero, si!
Qualcosa del genere è esistito, e neanche troppo lontano da noi: il popolo dei Cibernetici (così si chiamavano), che voi non avete conosciuto, ma dai quali siete stati conosciuti a lungo.
Abitavano sulla seconda luna del vostro pianeta Terra, oggi scomparsa, la luna verde di Antiluna, un grosso zoccolo di smeraldo e silici che orbitava a circa 125.000 chilometri intorno alla Terra e che oggi non c'è più perché i suoi abitanti la distrussero deliberatamente, insieme con la loro civiltà, molti e molti anni or sono.
Sopra questo gigantesco cristallo i quarzi si evolvero, fino a riuscire a catturare l'energia solare con gli atomi di silicio per produrre cariche elettriche circolanti in circuiti sempre più complessi, e, con esse, forme di pensiero superiore.
Più o meno, se proprio volessimo semplificare, come i vostri computers, ma arrivando fino all'intelligenza artificiale ed alla percezione cosciente di sé: era l'autocoscienza silicica!
Poiché per catturare le irradiazioni solari, gli atomi di silicio perdevano energia, ed alla lunga decadevano in altri elementi, pur non avendo i cibernetici una vita biologica vera e propria ( nessun bisogno biologico, nessuna necessità di respirare o di alimentarsi), la loro esistenza si esauriva con l'esaurirsi dell'ultimo elemento silicato, ed in media si aggirava intorno agli 80/100mila anni.
Secondo la loro tradizione, prossimi all'esaurimento, le residue potenzialità silicali erano utilizzate prima dell'estinzione totale, per l'attivazione di altri quarzi (in genere uno o due) da forme minerarie ad esseri pensanti, per la qual cosa occorreva molta energia, in una sorta di generazione logica, quasi una filiazione.
Tutte le altre operazioni "vitali", dalla locomozione alla appropriazione sensitiva, venivano esercitate attraverso complesse macchine che essi progettavano e realizzavano grazie alla grande quantità di energia che riuscivano a desumere dal sole.
Non sentivano e non vedevano così come voi fate, sensorialmente, ma confluivano nei loro circuiti miriadi di dati chimico-fisici, come in giganteschi terminali di elaborazione, forniti loro dalle macchine, e con essi "sentivano", "vedevano", scrutavano di logica curiosità l'universo intero.
Vere e proprie forme di pensiero puro, prive di emozioni, pulsioni, sentimenti, armati solo di logica perfettissima, questi erano il popolo dei Cibernetici!
Scrutavano l'universo, dicevamo, e la Terra in modo particolare, dove si andavano invece evolvendo forme di vita diversissime, pulsionali ed emozionali, scarsamente pensanti. L'arrivo dell'uomo, e con esso dell'autocoscienza e dell'intelligenza nelle forme di vita biologiche terrestri, basate sul carbonio, li turbò non poco.
Sì, perché i Cibernetici erano un popolo triste. Forse incapaci di tristezza nel senso stretto del termine, così come la intendete voi, poiché rimanevano pur sempre privi di sentimenti, tuttavia gravava su di loro la cappa ineludibile e logica della consapevolezza di finitezza (dovuta all'esaurirsi del silicio).
Come nascevano, o meglio, come venivano creati, subito perfettamente consapevoli e scienti, subito avvertivano la propria finitezza come una lenta ma ineludibile condanna a morte.
Incapaci di invidia emozionale, tuttavia avvertivano una logica differenza ed una consapevolezza di inferiorità (che all'invidia era simile) verso quelle forme terrestri che perivano sì molto prima di loro, ma che in qualche modo trasmettevano materia e caratteristiche di sé alle generazioni successive, rimanendo un po' (in forma, caratteristiche e cromosomi) in loro, in pratica senza mai annullarsi completamente ma solo trasformandosi.
La comparsa dell'uomo, dicevamo, li turbò non poco.
Era infatti curioso come questi esseri si comportassero, pur essendo intelligenti, pur capaci di pensiero nelle sue forme più alte, in modo così diverso, per via delle loro facoltà sensibili ed emozionali, da quello che doveva essere un comportamento logico.
I Cibernetici non riuscirono ad afferrare mai cosa ingenerasse piacere e felicità in questi esseri, anzi, proprio non comprendevano il significato di questi due termini "piacere" e "felicità".
La felicità, il "sentirsi bene", non fu mai scoperto in cosa differisse dal sentirsi e basta, dall'avere ricettori che indicavano l'esistenza di tutti i parametri sensibili, cioè dall'autopercezione.
Perché gli uomini si struggevano di poesia ad un tramonto sul mare che, per energia irrorata tra luce diretta e raggi riflessi dal cielo e dalle acque, non differiva da una qualsiasi sala illuminata e riscaldata (per la quale invece non esprimevano struggimento e poesia alcuna), rimase un mistero.
Quanti vocaboli senza senso nel gergo umano! Bello, brutto, gloria, onore, passione, amore, piacere, gioia, speranza, dolore... ma che volevano dire?
Tutto, nella vita degli umani, era spaventosamente illogico.
Queste irrazionali creature si servivano della loro intelligenza solo come strumento per perseguire i loro irrazionali fini.
Eppure, queste bizzarre creature, dimostravano perfino di non aver paura di morire (si uccidevano volontariamente fra loro, perfino!),... e neppure paura di vivere!
Per non parlare dello sperpero di energie vitali preziose che gratuitamente facevano per gioco (?) o per amore (!?).
L'incredibile finitezza di questi esseri sembrava essere incentivo all'infinitezza, il che era assurdo, ed i loro limiti biologici ed anche vitali erano per loro più fonte di motivazioni che di disperazione, di forza più che di sconforto.
Non nascevano, come i cibernetici, già scienti, ma si dilettavano infinitamente nell'apprendere, nel conquistarsi il sapere, e il sapere emozionale più che quello logico. E come godevano della loro oggettiva impossibilità di onniscienza, del loro percepirsi limitati, del loro avere frontiere irraggiungibili, che più sapevano irraggiungibili...più cercavano di raggiungere! E ci si arrovellavano, e ci si arrabattavano, sapendo che non sarebbe servito a nulla!
Il senso di tutto ciò apparve inafferrabile ai quarzi.
Anzi, la formulazione di questa parola, "senso", fu la loro fine.
I Cibernetici non riuscivano a darsi un "senso", quel senso che i terrestri sembravano possedere anche nelle forme animali non pensanti (che gioivano e dolevano al pari dell'uomo felici e infelici).
Quel senso che evidentemente non risiedeva in alcuna delle facoltà cognitive superiori.
Quando, in uno dei loro circuiti, studiando gli umani, si affacciò la parola "senso", la domanda "che senso ha?", fu la fine.
Si moltiplicò in un solo istante per tutte le conoscenze logiche quarzifere, per tutti i loro circuiti, dipanandosi in miriadi di diversificazioni semantiche: "chi siamo", "perché siamo", " a cosa serviamo"...
La lacuna semantica del loro perfetto apparato cognitivo si rivelò mortale.
I loro circuiti logici, capaci di sopportare le infinite informazioni-dati dell'intero universo, erano incapaci di tollerare la potente emozione che si affacciava improvvisa e disastrosa nel suo brivido esistenziale: "chi sono?". Ed esplosero.
Esplosero disastrosamente, disintegrando tutto, ed Antiluna si frantumò per sempre in miliardi di piccoli frammenti quarzici in tutte le direzioni del cosmo (qualche piccolo smeraldo cadde su una vasta area del Brasile, dov'è tuttora), polverizzandosi, e polverizzando per sempre la civiltà dei Cibernetici.
Nessuno sa dire se, in altre parti del cosmo, hanno mai preso "vita" forme di pensiero puro. Ma se ciò è mai stato, esse si sono certamente disintegrate all'affacciarsi di quesiti semantici nei loro pensieri, quesiti che solo una realtà biologica può sopportare.
Amici, tenetevela cara la vostra emozionalità, la vostra biologica imperfezione, la sola cosa che vi salva dall'insostenibile razionalità del pensiero logico puro! E non abbiate paura dei computers: non vi domineranno mai perché... esploderanno prima.
SAN FRANCESCHINO
Quante volte, davanti alla necessità di dover scegliere, abbiamo scelto il "meno peggiore" di due mali. Sì, anche noi, almeno una volta nella vita, confessiamolo, magari perché pressati dall'urgenza, magari per abitudine, ci siamo ritrovati davanti a due mali ed abbiamo optato per il minore,...ma certo, naturalmente, in buona fede, non lo discuto; perché comunque dovevamo andare avanti, perché davvero non era possibile fermare tutto, tornare indietro, ricominciare da capo...ci sono sempre mille buone ragioni a favore del minor male! Ci siamo cascati tutti, prima o poi! Siamo tutti complici del "pragmatismo".
Ecco il nome della malattia mortale: pragmatismo! Un aspide che striscia nel sottobosco culturale di ognuno di noi, nascosto dalle felci agli occhi di chi è abituato a vedere grandi panorami, mimetizzato da una squamosa parvenza di razionalità che lo ricopre interamente così che non lo riconosciamo mai. Un infido serpe che striscia all'altezza dei nostri punti di appoggio al suolo, sempre schiacciato sulla realtà cosiddetta "concreta", e che senza mai farsi accorgere, è sempre lì, pronto a mordere, pronto a spargere i suoi mortali veleni, pronto ad uccidere la speranza! Eccolo il cancro mortale che si è abbattuto sul nostro secolo e lo ha trascinato alla follia: il pragmatismo, proprio lui. E tutti noi, almeno una volta, siamo stati suoi complici.
Sì, quando davanti ad un progetto alto e lungimirante ci siamo rassegnati, pragmaticamente appunto, ad una politica di piccoli obbiettivi, di piccoli ma pratici passi, di modesti e forse insignificanti risultati solo perché, eh, si muovevano nella "giusta direzione" ed erano "effettivamente" realizzabili.
Ah, il realizzabile! Che follia! Che disastro! Può rassegnarsi all'insignificante progresso chi ha un progetto infinito senza fallire l'infinitezza di quel progetto? Può fare un piccolo passo chi deve percorrere gli anni luce, senza rimanere, agli occhi delle galassie, nello stesso punto?
Ve lo ricordate San Francesco? Gran bel progetto il suo, di quelli capaci di vivificare la storia e di rendere la speranza agli uomini: vivere il Vangelo così come era scritto ! Eppure anche lui ha dovuto confrontarsi col "pragmatismo" altrui. E fu solo grazie a Franceschino se.... come?...
Chi era Franceschino? Che non lo sapete? Suo cugino! Il cugino minore di Francesco, due anni più piccolo, suo compagno di giochi fin dalla più tenera infanzia e poi suo grande ed inseparabile amico.
I due si volevano molto bene, si può dire che fossero un cuore ed un anima sola.
Quando in Assisi fu la guerra contro Perugia, partirono insieme sui loro bei cavalli, pieni di sogni di gloria. Insieme caddero prigionieri, insieme furono riscattati.
Insieme nacque in loro la fiducia nel creato e l'amore per le cose semplici, ma Francesco, per carattere, era un po' più grande ed un po' più deciso di Franceschino. Oh, non di molto, solo un pizzico di più, appena appena, ma tutti e due erano animati dalla stesso sogno con uguale intensità ed uguale certezza.
Quando Francesco giunse, in quel magico giorno in Assisi, a spogliarsi in piazza per cominciare il suo nudo cammino verso Cristo, Franceschino si limitò alle mutande, pur comprendendo che quella volta la ragione era degli ignudi.
Certo, se oggi qualcuno si ignudasse sulla piazza di Pistoia lodando Dio, chiamerebbero la neuro. E non diversa era l'Assisi del duecento con le sue piazze benpensanti, dove i due cugini furon dati per irrecuperabili mentecatti. Ora come allora il pragmatismo predicava la vestizione come attributo di normalità, lasciando la gioia e la fede come qualità affatto indifferenti alla sostanzialità della vita.
In cosa si concretizzasse poi l'anormalità del corpo nudo, lo sapevano solo in quelle benpensanti piazze, visto che la natura ha creato l'uomo senza vestiti, ma tant’è, su questo anche il grande Michelangelo avrebbe avuto da scontrarsi tre secoli dopo, quando drappi sovrapposti censurarono le nudità del suo Adamo (quello famoso della Sistina!), proprio là dove era venerata quella Bibbia che senza ombra di dubbio attestava la nudità della adamitica creazione!
Non rimane che pensare che l'accusa di follia data ai due cugini risiedesse nel loro lodare Iddio. Molti vescovi e papi tengono per sciocco chi loda uno spirituale ed evanescente Creatore invece che i suoi concreti rappresentanti in terra.
Comunque, l'errore di Franceschino fu quello di tornare in mutande là dove Francesco se ne era fuggito nudo. Pazzo, invero, al pari del cugino (perché ora come allora si teneva per pazzo chi se ne fosse tornato in mutande per le piazze); tuttavia, rispetto alla pazzia di quest'ultimo, come dire: un po' meno peggio!
Fuori della società civile il cugino più grande vagava per le colline, lodando Dio; intorno alla società civile il più piccolo spiegava perché era giusto vagare per quelle colline benedicendo il Creatore. Entrambi fuori dalla razionalità, ma con il secondo, almeno, era possibile il dialogo. E cosa c'è di più pragmatico della possibilità di un dialogo? Magari tra sordi, pero' che si parlino, perché questa e' vera democrazia!
Ben presto intorno a Francesco cominciò a radunarsi uno sparuto manipolo di pazzi scatenati, interamente votati ad una inattuale e poco pratica povertà. Ma intorno a Franceschino, più vicino alla società, una folla di giovani di buone intenzioni, incuriositi dal nuovo messaggio, si aggrumava da tutta l'Umbria. La qual cosa, almeno all'inizio, spaventò molto di più le autorità che non il manipolo di francescani integrali, invero troppo radicali per poter far presa sulla gente. Una piccola élite intellettuale, finché non contagia le masse, non fa mai paura - dicevano (se poi le masse fossero state infettate, di aver paura non ci sarebbe stato nemmeno il tempo!); ma un messaggio edulcorato avrebbe anche potuto fare peso politico, un giorno, e minacciare con quel peso sbilanciato verso l'utopia il sano equilibrio della società.
Franceschino, il profeta in mutande, andava fermato!
Già, ma come? All'insigne arcivescovo di Assisi venne un'idea formidabile: Arcibaldo da Bevagna, venerato e probo domenicano plurilaureato, la cui saggezza ed il cui equilibrio erano universalmente noti, irreprensibilmente devoto a Dio, mai compromesso con il potere e perciò amato dal popolo, dottore della chiesa in odor di santità, l'uomo giusto al momento giusto.
La più grande qualità di Arcibaldo era la moderazione. E la moderazione era virtù pragmatica per eccellenza. Anche se in perfetta buona fede, il pragmatismo del venerato savio avrebbe ben presto sistemato, per la gloria di Dio, quel calderone di utopie militanti e sovversive.
Detto fatto, Arcibaldo fu prontamente inviato alla congrega di Franceschino, che lo accolse come un fratello e lo iniziò alla letizia del messaggio francescano.
Di quel messaggio il buon Arcibaldo rimase veramente entusiasta, e vi aderì in tutta buona fede, tuttavia non sarebbe riuscito mai a scrollarsi di dosso quella saggia e secolare moderazione che lo connotava da sempre: l'arcivescovo, questo, lo sapeva bene!
Ora, il metodo di Franceschino era quello di riportare nella sua numerosa congregazione tutto quello che il di lui cuginone sperimentava sulle colline con i suoi pochi pazzi, onde far comprendere alla più vasta cerchia di cristiani possibile come pazzi non fossero.
Ma ci furono dei problemini. Nel rinunciare a tutto (per esempio) e vivere poi di elemosine, c'era lo scoglio dell'affezione ai beni materiali per chi molti ne aveva. Mentre Francesco faceva rinunciare a tutto e subito - uno strappo troppo lacerante con la realtà, un autentico shock reddituale - Arcibaldo il pragmatico suggerì che tanto nobile scopo doveva si essere assolutamente perseguito, ma con gradualità! Fu così suggerita una politica di piccoli passi per arrivare, col tempo, alla povertà "effettiva" anche degli adepti più ricchi. Se il messaggio era universale, doveva poter essere reso accessibile a tutte le classi sociali, senza discriminazione di reddito fondiario. Senza contare che gli adepti ricchi erano spesso anche i più influenti, ed averli con sé , in definitiva, non avrebbe che giovato assai al movimento appena nato, bisognoso di appoggi e di protezioni per potersi affermare. Ma come faceva Francesco, un uomo così intelligente, a non capire queste cose?
Arcibaldo convinse Franceschino ad adottare una opportuna gradualità. La povertà sarebbe stata raggiunta per gradi da tutti, e non tutta insieme, lasciando il tempo agli adepti di abituarsi all'idea.
Chi possedeva più di 100 fiorini, ne avrebbe donato ai poveri non oltre 100 al mese, gradualmente liberandosi di quel fardello ma in maniera meno traumatica. Non era esattamente come nella parabola del giovane ricco, ma avrebbe sicuramente evitato la frattura con la potente corrente dei francescani pattisti (quelli che volevano scendere a patti con il latifondo feudale), i quali si dichiararono disponibili ad un graduale rilascio di plus-ricchezze da versare in fondi di investimento comuni (finalizzati alla carità, ovviamente!) i cui ricavati e dividendi (sugli interessi maturati) fossero a loro volta redistribuiti ai poveri.
Una soluzione geniale, quella di Arcibaldo, che conciliava la libera impresa (delle attività economiche dei fondi di investimento) con la povertà assoluta, facendole addirittura coincidere! Carità e mercato, liberismo e fede si coagulavano in una sola, sinergica, creativa finalizzazione di energie!
Una soluzione geniale e di sicuro effetto pratico, anzi, pragmatico! Nello stesso tempo che quei quattro pazzi con Francesco, laggiù a S.Damiano, a malapena erano riusciti a rimettere insieme le pietre diroccate di un vecchio chiesino scalcinato, i seguaci di Franceschino con i loro fondi comuni (che raccoglievano 100 fiorini al mese per ogni adepto maggiore di quel reddito, un capitale) fondavano un istituto commerciale e bancario specializzato in edilizia e conciatura delle pelli, che nel giro di pochi mesi aveva reso soltanto di interessi passivi e dividendi azionari più dell'intero capitale originario, divenendo leader nel settore conciario ed imponendo a tutta l'Umbria le tariffe della propria politica delle pelli. Così si poté versare ai poveri assai più di quanto si sarebbe versato con la diretta distribuzione delle quote, ed in più il capitale veniva sistematicamente incrementato (e con esso le possibilità di redistribuzioni future ai poveri), ed il prestigio economico della "ricerca della povertà" si imponeva sulle tradizionali logiche economiche, venendo ben accolto dal comune buonsenso. Oltre a ciò , furono realizzati grazie ai profitti dei fondi comuni di carità qualcosa come 18 chiese e 27 ospedali per i bisognosi, 13 punti mensa per i poveri e 2 lebbrosari, alla faccia di S.Damiano!
Venne poi il problema delle elemosine. Come si poteva chiedere l'elemosina sotto la pioggia invernale e per di più ringraziando sorella acqua?
Arcibaldo il pragmatico suggerì che ciò dovesse essere perseguito, ma con gradualità e raziocinio. Era inutile decimare i fratelli di broncopolmonite. L'elemosina si sarebbe fatta solo con condizioni atmosferiche favorevoli. Occorreva pur darsi una regola! Temperatura fra i 18 ed i 28 gradi, umidità nell'aria minore del 65 %. Ci fu un emendamento del centrosinistra, e la temperatura limite massima fu ridotta a 26 gradi centigradi. Inoltre, in caso di pioggia, fu stabilito che le laudi a sorella acqua sarebbero state cantate sotto un tetto all'asciutto, in una delle 18 chiese o 27 ospedali della congregazione.
A Franceschino la cosa non piacque, ma si adeguò alla maggioranza, convinto che la democrazia fosse pur sempre un valore.
Scoppiò poi la prima guerra pan-umbra. Francesco implorava di villaggio in villaggio di non armarsi contro i fratelli. Ma il ministro della guerra del Consolato Umbro Occidentale, di concerto con i borgomastri delle città federate di Assisi, Gubbio e Perugia, scatenò una campagna di disinformazione contro i disfattisti anarchici di S.Damiano, che screditò davanti alla pubblica opinione l'intero movimento francescano, dipinto come uno stuolo di pazzi indemoniati dediti al feticismo, all'irrazionalità ed alle pleuriti, abbrutiti dalla miseria e dalla rinuncia della proprietà privata, pronti a demolire il sacro istituto familiare per creare congreghe conventuali infeconde, mangiare i bambini e isolarsi dalla storia e dal mondo.
Arcibaldo capì che la radicalità delle comunità di Francesco avrebbe ben presto travolto di discredito anche il resto del movimento, e gettato in cattiva luce la congregazione di Franceschino. Bisognava reagire immediatamente. Il grande pragmatico fece votare nella assemblea della congregazione un ordine del giorno per aderire alle imprese belliche che la patria richiedeva, ed inviare nell'esercito panumbro occidentale confratelli armati come volontari, a difesa della patria, certo, ma anche -disse - a difesa dei diritti del nemico, perché, se proprio guerra doveva essere fatta, meglio sarebbe stato se a farla fossero dei buoni cristiani invece che le terribili bande mercenarie lanzichenecche, le quali non si limitavano ad uccidere il nemico in battaglia, ma saccheggiavano i villaggi vinti in cerca di bottino, stupravano, torturavano, non avevano pietà per donne e bambini, si lasciavano andare ad ogni sorta di barbarie e di bestialità contro i civili.
Cose queste che i devoti confratelli mai e poi mai avrebbero compiuto, ed anzi, nel timor di Dio, avrebbero portato sicuro conforto nei villaggi sconfitti, avrebbero consolato le vedove, sfamato gli orfani, assistito gli indigenti (vestito gli ignudi, curato i malati, seppellito i morti eccetera eccetera), pie azioni quest’ultime quantomai opportune perché, giudicando dal vigore e dalla forza dei confratelli armati, presto in quei villaggi di orfani, vedove e morti ce ne sarebbero stati in grandissimo numero.
E la carità doveva pur essere pianificata, perché fosse più efficace ed intervenisse la dove maggiore fosse il bisogno, secondo le moderne leggi del marketing e del mercato: cosa meglio di una guerra per operare la carità! Insomma, lo si era visto bene anche in Bosnia ed in Ruanda, terre di grandi massacri e di bande mercenarie, che in fondo un esercito pio era, in una guerra, di gran lunga il male minore.
San Franceschino, sempre più perplesso, si ritirò sui monti a cercare di capire (perché c'era un non so che che non gli tornava), ed Arcibaldo si recò con lui, imperversando ancora la guerra.
Ma quando Franceschino cominciò a pregare Iddio per ricevere il dono della sofferenza, attraverso le stigmate di Cristo, il grande saggio pragmatico si sentì di suggerire che queste andavano sì richieste, ma forse non tutte insieme, poiché un uomo non avrebbe mai potuto sopportare contemporaneamente tutti quei dolori alle mani, ai piedi ed al costato, che, se avevano ucciso un Dio, figuriamoci un uomo! E poi quel volere essere proprio uguale a Cristo, ancorché nelle sue sole piaghe, insomma, in fondo in fondo un po' presuntuoso lo era. Se proprio stigmate dovevano essere, secondo la moda del momento, almeno che fossero una per volta, e fu senz'altro suggerita l'opportunità di cominciare dal piede sinistro, e poi via, via, a rotazione, una piaga alla volta, avrebbe lentamente completato la sacra collezione di dolori divini.
Un passo alla volta, che diamine! Mica si poteva fare come quel pazzo invasato del carismatico cugino (proprio così disse: pazzo invasato). Eh sì, quel Francesco, con i suoi quattro idealisti al seguito, qualcuno avrebbe dovuto fermarlo, prima o poi, per il bene del Vangelo e dello stesso movimento francescano, prima che trascinasse la Chiesa intera verso un adesione al messaggio del Signore tanto coerente quanto impossibile da praticare; prima che scoraggiasse, con il suo duro aderire al Vangelo, ogni uomo di buona volontà dall'avvicinarsi a Cristo, e lasciasse la Chiesa priva di fedeli meno che santissimi, cioè senza nessuno. E quel qualcuno non poteva che essere lui, Franceschino, il suo più "prossimo" spirituale ed al tempo stesso parente, il suo "logico" erede alla guida del movimento.
Franceschino guardò Arcibaldo stralunato. Ma questi proseguì che, via, se ci si pensava bene, Francesco era troppo fuori dalla realtà, ed avrebbe finito, con la sua povertà formula "tutto e subito", con l'inimicare per sempre il movimento agli occhi dei più, e specialmente dei più che contano. Già il Santo Padre guardava con sospetto lo svilupparsi del francescanesimo, e tutto il Sacro Collegio Cardinalizio era quanto meno terrorizzato. Francesco doveva essere fermato, egli avrebbe dovuto fermarlo, prima che fosse troppo tardi, egli doveva ricondurre il movimento all'interno della società, di quella società a cui era stato mandato in missione salvifica con la sua nuova spiritualità, in principio intuita con merito da Francesco, ma poi completamente stravolta da un eccessivo rifiuto delle cose mondo, quelle vere, reali, pratiche, la vita di tutti i giorni con i suoi bisogni, l'economia, il diritto, le istituzioni dello Stato, la legittima proprietà, il libero mercato, il giusto profitto delle attività materiali...non si vive di solo pane e pleuriti!
Il movimento doveva tornare “nella” società, non collocarsi “al di fuori” di essa. Doveva essere un messaggio “possibile”, non impossibile. Doveva essere comprensibile ai molti, non rifugio misantropico di un élite di invasati che, con l'assoluta coerenza, volevano mettere in pace la propria coscienza senza curarsi dei loro fratelli, meno forti di loro e quindi più bisognosi del loro “possibile” aiuto. Non basta essere santi, bisogna santificare il mondo! ...a piccoli passi, naturalmente, un po' per volta.
Franceschino guardò Arcibaldo anche peggio. Gli parve perfino che da sotto la tonaca gli spuntasse una zampa, una zampa d'oca.
Erano sulla vetta di una rupe, e Franceschino non ci pensò due volte. Capì che Arcibaldo altro non era che la pragmatica versione di Satana, lo spinse all'improvviso e questi cadde di sotto.
Un balzo di oltre cento metri. Di Arcibaldo non rimasero che poche membra sfracellate sulle rocce, un po' di sangue ed una tonaca ammaccata.
Franceschino, avendo ucciso un uomo, rinunciò su quella rupe a divenire santo, ma con quel suo santo gesto permise a Francesco la santità. Ora il suo buon cugino avrebbe potuto fare la sua strada senza più quella spina pragmatica conficcata nel fianco, travestita da ragionevolezza.
Di Franceschino, da allora, furon perse le tracce e la memoria, tanto che oggi nessuno più si ricorda di lui, che voglio però chiamare santo, San Franceschino, perché con il suo coraggio sventò il golpe moderato tramato dall'arcivescovo ai danni del movimento, e Francesco poté imporre, senza più ostacoli, la sua folle e dolce logica di amore, prendere in mano le redini del movimento e fare quello che fece.
E se proprio Franceschino del tutto santo non lo fu, pazienza: rimediò il cugino, che costruì santità per entrambi, e n'avanzò perfino per la Chiesa (che ne aveva tanto bisogno).
CUORDICOCOMERO
Aveva un cuore grosso come un cocomero: ce n'era sempre una fetta per tutti! Perciò in paese la chiamavano Cuordicocomero, ma il suo vero nome era Susan.
Diceva Janko, il vecchio scemo del villaggio, che Cuordicocomero era la fanciulla più graziosa e gentile della contea, e l'unica che non gli infilava lucertole nella schiena.
Quei monellacci! Che divertimento ci sarà mai ad infilare lucertole ad un povero vecchio, la cui unica consolazione è dondolarsi davanti allo spaccio sulla Santa Maria, la vecchia seggiola di Bambù che si diceva fosse appartenuta a Mek O'Sullivan, il leggendario fuorilegge del secolo scorso, bisnonno di Sem O'Sullivan, il gestore dello spaccio e vicesceriffo onorario, che riusciva a rubare più del suo leggendario bisnonno ma senza infrangere la legge, e per questo Janko, ogni giorno, gli diceva che era più bravo del mitico Mek, e che presso i posteriori avrebbe goduto di maggior fama che non tutti i suoi antenati, proprio così, sissignori.
Ma Sem, divertito, gli rispondeva sempre che il furto oggigiorno è un'arte nobile, e si chiama commercio, un'arte affascinante ma discreta, che come una bella amante seduce l’onesto più fedele e lo rende felice, a patto che non lo si sappia in giro. Mek avrebbe perciò mantenuto per sempre in famiglia il primato della gloria, e lui quello dei denari.
- E comunque, Janko, si dice "posteri" e non "posteriori"!
E per spiegargli la differenza, strizzava l'occhiolino al monellaccio di turno che, per il modico prezzo di una caramella all'anice, avrebbe infilato la solita lucertola nella schiena di Janko, e mentre quest'ultimo si sarebbe contorto, tra moccoli irriferibili perché' il povero vecchio non aveva più l'uso delle gambe, per togliersi quella viscida guizzosità, gli avrebbe spiegato che il ragazzino era un postero e il suo fondoschiena così pieno di movimento un posteriore, e tutti avrebbero riso a crepapelle per almeno mezzora.
Qualche volta passava Susan, però, che sbraitava con la sua vocina da ragazzina che "non si fanno queste cose ad un povero vecchio" e dopo aver paternato a grandine contro tutti i presenti concludeva immancabilmente con un "Signor Sem, mi meraviglio di lei!", e baciando affettuosamente il testone calvo e canuto di Janko a titolo consolatorio, se ne andava via stizzita mentre il vecchio guardava beato Sem mormorando: "E' un angelo!"
Susan era l'unica vera orfana del villaggio, imparentata alla lontana un po' con tutte le famiglie ma alla vicina con nessuno.
La scuola ed il pastore comunicarono al giudice, che, in attesa dell'affidamento, non era necessario trasferirla nell’orfanotrofio della contea, perché Susan era già grande quanto basta da poter essere alloggiata nelle due stanzette (riservate nella scuola all'ex addetto delle pulizie), magari in cambio dell'impegno di riassettare la scuola stessa dopo le lezioni. Poi nessuno ne chiese l'affidamento ed il giudice si dimenticò di lei.
Il pastore convinse Sem ad usarla come garzone per le consegne in cambio di una piccola paga, garzone di cui comunque Sem aveva bisogno e che gli sarebbe costato di più, e da allora Cuordicocomero faceva ogni giorno il giro del paese per conto dello spaccio e tanto le bastava per sopravvivere sotto lo sguardo comprensivo della maestra, del pastore e dello stesso Sem che, quale vicesceriffo, rappresentava il giudice ed in suo nome certificò che quella era la soluzione più adatta per la minore in una pratica che nessuno avrebbe mai letto.
Era davvero la fanciulla più gentile e graziosa di tutta la contea, ma solo per Janko, che peraltro, dal suo punto obbligato di vista, a malapena poteva paragonarla con le altre ragazze del villaggio che prima o poi tutte passavano davanti allo spaccio, il vero centro sociale del paese nonché' l'anima del pettegolezzo sociale. Ma come potesse sapere dalla Santa Maria di tutte le altre della contea era davvero un mistero, spiegabile solo con il fatto che per il vecchio, scemo da sempre e paralitico ormai da molti anni, spaccio, villaggio, contea ed universo intero fossero ormai un unico concetto: c'era forse qualcos'altro nell'universo oltre alla gente che passava di lì? Ed in questo suo universo/spaccio, luogo frequentato solo da uomini, gringos e ragazzini, la femminilità di Cuordicocomero aveva gioco facile ad imporsi sui baffoni rossicci di Sem, o su quella delle altre ragazzine, anche loro dedite allo sport nazionale della viscida guizzosità, e perciò tenute da Janko in scarsa simpatia.
In realtà Cuordicocomero non era affatto graziosa. I lineamenti del viso un po' volgari, quelle gote lentigginose e quel corpo tozzo e già un poco stondato che lasciava presagire come presto i cocomeri le sarebbero cresciuti anche sul sedere, lasciavano un unica nota di gentilezza tra i capelli ribelli ed il naso goffo: due occhioni dolci e profondi, che tradivano tutta la sua sensibilità ed il suo amore per la gente.
Il paese era spaccato in due. Una popolazione adulta che lavorava, lavorava, lavorava senza sosta alle mandrie nei ranch, tiranneggiata dal tempo che mancava sempre e dal denaro che non bastava mai e da una valanga di crucci e di debiti che aveva fatto dimenticare loro cosa fosse il tempo libero e le relazioni familiari. Vi era poi una popolazione anziana, questa stanziale, abbandonata sulle sedie a dondolo e sulle verande delle case, che attendeva continuamente, con rassegnazione, quando il rientro dei figli, quando l'approssimarsi della Pasqua, quando l'avvicinarsi della morte che finalmente avrebbe loro tolto l'angoscia della quella non produttività che pesava più delle mille acciaccose malattie.
I pochi bambini che, nonostante la scarsa voglia degli adulti di diventare genitori, riuscivano ugualmente a nascere, non potendo contare né sui padri nei ranch né sui nonni nelle verande, erano affidati al mattino alle cure della scuola e della inacidita signorina Dobson, ormai sul punto di inverandirsi anche lei; alla sera lo spaccio di Sem faceva il resto, per quello che gli era possibile fare.
Adulti, vecchi e bambini soffrivano tutti di solitudine, ma non c'era comunicazione tra i gruppi, e nemmeno tra i singoli.
Le poche donne non impegnate anch'esse nel lavoro dei ranch, venivano impiegate nel lavoro più massacrante di tutti, sbrigavano le faccende di casa, la cura dei campi, rammendavano e lavavano le camice dei familiari che lavoravano ai ranch e che tornavano a sera già buia con la spossatezza di chi si alzerà senza che il sole sia ancora levato, e soprattutto accudivano, in una lotta impari, alla moltitudine degli anziani infermi della propria casa: non c'era tempo per parlare con i figli, figurarsi con i mariti ed i nonni.
In questa desolazione Cuordicocomero aveva la sua missione da compiere. La mattina stava a scuola insieme agli altri ragazzi, e la sera, per conto dello spaccio, faceva sempre il giro del villaggio, fermandosi in decine di verande con il suo grande sorriso ed una parola gentile per tutti.
Gli anziani del villaggio ormai si erano abituati ad aspettare il suo passaggio per avere da Cuordicocomero la propria manciata di allegria che rendeva meno pesante la fatica di aspettare il tramonto.
E tutti potevano confidarle che cosa erano ai loro tempi, e rivivere con lei quei ricordi che altrimenti non avrebbero avuto senso ricordati da soli, e di quando era arrivata la ferrovia, e di quando Mek il fuorilegge terrorizzava tutti i mandriani della zona, e di come fosse diventato fuorilegge per amore di una donna, e di quando dovettero partire per la guerra, che nessuno lo sapeva neanche che cosa era una guerra, e di come erano ritornati in pochi e senza nemmeno sapere contro chi o perché gli altri avevano perso il biglietto di ritorno, ma gliela avevano fatta vedere al nemico, oh se gliela avevano fatta vedere!
Le donne del villaggio ormai confidavano i loro crucci solo a Cuordicocomero, e solo con lei si lasciavano andare al pianto, ricevendone consolazione e conforto come da una figlia.
Aveva davvero un cuore grande come un cocomero, e non ne rifiutava una fetta a nessuno, così tutti ci si buttavano sopra. Unica consolazione all'arsura della solitudine, una fetta di anguria! Cuordicocomero si lasciava docilmente spolpare senza protestare mai. Per tutti un gesto di affetto, di comprensione, un sorriso, una parola.
Ben presto il suo cuore si ridusse ad un ammasso di bucce con tanti semini neri sputati intorno. Fu scivolando su una di quelle bucce che Cuordicocomero si accorse di essere cambiata. Aveva parlato a lungo con Alce Smith, un ragazzotto alto e robusto, dal viso gentile ed un po' di sangue indiano; o meglio lui parlava con lei; di come era dura la vita al ranch dove lavorava; di come , morto suo padre, vivesse con la famiglia di suo zio e di come non fosse la stessa cosa; di come sarebbe scappato di lì appena avesse trovato un altro lavoro, qualsiasi lavoro. Infatti un giorno Alce Smith scappò di casa e non si rivide più, lasciando un vuoto nell'anima di Susan come mai aveva provato prima. La sua buccia di cocomero!
Per la prima volta si accorse di aver sete anche lei. Aveva bisogno di chiedere un sacco di cose, dell'amore, della vita, del perché di quella struggente solitudine che le paralizzava l'anima. Cose da chiedere ad una madre che lei non aveva mai avuto, o ad un padre che lei non aveva più. E quando provò a parlarne con qualcuno degli anziani, quelli le buttarono addosso dei loro tempi, di quando arrivò la ferrovia e di quando partirono per la guerra. Quando provò a parlarne con qualcuna delle donne, queste le buttarono addosso le malattie dei loro bambini piccoli e la nostalgia per i mariti lontani. Avevano tutti un gran bisogno di parlare di sé che non erano capaci di ascoltarla. Ben presto si accorse di essere vuota dentro e di non avere più nulla da offrire a chi incontrava nel suo giro quotidiano.
Era come se i suoi problemi non interessassero a nessuno. In quell'estate torrida l'arsura fece sentire i suoi morsi più del solito, donne vecchi e ragazzi diventarono più tristi e Cuordicocomero piangeva, senza che nessuno se ne accorgesse.
Un giorno uscì a piangere nella prateria. Forse là avrebbe incontrato qualcuno, pensava. Ma non incontrò nessuno. Né indiani né cawboys e nemmeno un coyote che ascoltasse le sue lacrime. Stava piangendo in silenzio, quando davanti a lei vide la figura di un pistolero errante, seduto su una pietra che si fumava un sigaro dall'odore insopportabile. Non l'aveva visto arrivare ed era sicura che non c'era prima. Ma non ne ebbe paura e gli chiese:
- Come ti chiami?
- Mi chiamano Mek - rispose fumando il sigaro.
- Vivi qui?
- Non vivo più.
Era proprio lui, dunque, Mek O'Sullivan, il fuorilegge! Eppure Susan non ne aveva paura.
Lo guardò, e il tremendo bandito che tutti gli avevano raccontato le apparve soltanto un uomo solo.
Passò un po' di silenzio, poi Susan disse:
- Come posso parlare con te? Solo i morti parlano con i morti!
- La solitudine è un po' come la morte, e quando si piange in una prateria da soli e nessuno ascolta le tue lacrime, è come essere morti. Ho pianto tanto, in questi prati che non finiscono mai, nelle notti stellate che non terminano mai, quando sembra che il sole non sorgerà più, e non ero diverso da adesso, e parlavo anch'io con i morti, perché i vivi non mi parlavano.
- La gente di questo paese soffre troppo per poter ascoltare. E' successo anche a me che...
E Susan, finalmente, raccontò a Mek di tutti i suoi guai, che la consolò amorevolmente. E Mek, finalmente, le parlò delle sue notti infinite, e trovò conforto.
Susan sapeva di essere ormai nel mondo dei Mek, solo non si capacitava di come aveva fatto a morire.
Mek le spiegò che si era seduta su un serpente a sonagli, ma che piangeva tanto forte che non se n'era accorta, ed ora era lì. Ma rimaneva ancora una cosa da fare.
Così Cuordicocomero, a modo suo, tornò in paese dove tutti erano tristi, perché non la si trovava più. Al suo posto avevano trovato solo un inspiegabile cumulo di bucce di cocomero, e nessuno ci capiva niente.
Ma Janko, che come ogni scemo del paese era il più capace di comprendere queste cose, si insospettì subito, e disse a Sem:
- ma c'erano i semini?
- Quali semini?
- Là, alla prateria, dove hanno trovato tutte quelle bucce: c'erano i semini intorno? Se fosse stato un gruppo di uomini, forestieri, cawboys, che hanno fatto bisboccia ad angurie, dovrebbero aver lasciato un sacco di semini. Se i semini non ci sono, credo che la povera Susan non abbia più il suo cuor di cocomero.
Sem andò, vide le bucce senza semini, e riferì a Janko.
- I semini non ci sono!
- Sì, invece. Eccoli là!.
Sem e Janko videro che ovunque in paese, sui tetti e sulle strade, c'erano puntini neri, apparsi all'improvviso. Ma se ne accorsero solo loro.
- Chi ce li ha messi? - chiese Sem.
- E' il saluto di Susan. Non credo che la rivedremo più. Non su questa terra, almeno. Ma non essere triste, Sem: Cuordicocomero ci ha fatto un regalo. Vedrai.
L'anno dopo, a primavera, il villaggio fu invaso dai cocomeri. Angurie dovunque, per le strade, sui tetti delle case, nei giardini, perfino sulle panche della chiesa e nel cimitero. Provarono ad estirparle e quelle crescevano più forti. Provarono ad avvelenarle, ma quelle rispuntavano sempre più rigogliose. Il paese divenne una fitta jungla di cocomeri, una inestricabile foresta cucurbitacea che avvolse tutto, palizzate, ranch, stalle, tetti, finestre, insegne e cucce per i cani. Janko fece appena in tempo a vederla, poi si spense sulla Santa Maria dicendo :
- Sem, è la vendetta di Cuordicocomero. Ora posso anche andare via tranquillo.
E la foresta di cocomeri continuò a crescere ed infittirsi al punto di paralizzare ogni attività. Impossibile passare a cavallo in quel marasma di tralicci ed angurie, a fatica si passava anche a piedi. Gli uomini non poterono più andare ai ranch, ma alle mandrie quell'anno non mancò niente, si saziavano di ottime foglie di cocomero, e si moltiplicarono oltre ogni aspettativa. Così l'economia andava avanti anche se gli uomini (tutti soci in almeno uno dei ranch) non lavorarono.
I mariti a casa riscoprirono le loro mogli, le mogli i mariti, e non c'era altro da fare per gli abitanti del villaggio che parlare e passare il tempo insieme.
Gli anziani avevano finalmente il calore di una famiglia riunita e più tempo per essere curati. Passavano giorni e giorni a ricordare i bei tempi con gli anziani vicini ed i rispettivi nipoti.
Ai figli furono restituiti i padri, ai padri furono restituiti i figli.
L'estate non era mai stata così fresca come sotto le pergole di cocomeri cresciuti sulle verande. L'ozio fece aumentare i consumi, ed anche lo spaccio faceva affari d'oro. E per tutti c'erano enormi saporiti cocomeri che maturavano incessantemente la loro polpa squisita e rinfrescante.
Quell'anno al villaggio ci furono ben 237 indigestioni di cocomero. L'anno dopo sarebbero nati 342 bambini, uno in ogni famiglia e 24 parti gemellari. La Santa Maria fu dichiarata monumento cittadino e vi fu affisso un grande cartello a lettere d'oro.
In autunno i cocomeri si ritirarono. Per tutto il paese c'era uno strato abbandonato di semini neri alto 10 centimetri, che durante le nevicate sfamarono un numero abnorme di fagiani, tacchini selvatici ed altri uccelli, che negli anni successivi rimasero numerosissimi in quella regione e fornirono carne in quantità durante gli inverni.
L'anno dopo gli uomini tornarono al lavoro con i capi bovini decuplicati, ma stabilirono la regola che si sarebbe lavorato solo la mattina, perché di più non ce n'era bisogno. Nei pomeriggi gli uomini coltivavano cocomeri nei giardini, e presso lo spaccio, offerta da Sem O'Sullivan fu aperta una sala civica comune dove incontrarsi, e dove la Santa Maria venne portata con solenne processione ed acclamazione di popolo.
Sulla Santa Maria, il cartello diceva:
SI PUO' AMARE SOLO IMPARANDO AD ASCOLTARE. A CUORDICOCOMERO CON IMMENSA GRATITUDINE. TI CHIEDIAMO PERDONO. IL POPOLO DI GRENSON CITY.
E c'è chi poi disse di aver visto cose strane nella prateria nelle lunghi notti stellate, tre figure d'uomo, tre fantasmi, mangiare fette di cocomero ridendo fra loro, e tra queste giurava di aver riconosciuti Janko e Susan; il terzo fumava un sigaro dall'odore insopportabile. Ma poi, al mattino, le bucce ed i semini si trovavano davvero, proprio dove erano stati avvistate le tre figure...
COME PERSERO LA PARTITA
Le due squadre scesero in campo con il pubblico delle grandi occasioni. Spalti gremiti, una ventina di protagonisti in grado di muovere il pallone col potere di fare le azioni; un migliaio spettatori attivi, allenatori riserve, massaggiatori, perfino una terna arbitrale con tanto di camicia nera, e poi cronisti, commentatori, venditori di pop-corn, opinionisti, pidduisti, donnine addette alla pulizia dei cessi, tutta gente che, pur non potendo fare azioni con la palla avevano comunque un qualche ruolo intorno alle azioni degli altri ventidue; completavano coreograficamente l'evento sportivo cinquantaquattro milioni di spettatori passivi con la loro marginale presenza ai bordi del campo, ripartiti in tribuna centrale, seconda classe, curva peones, terzo mondo, quarto potere, quinto anello e sesto sangiovanni; erano quelli che potevano vedere le azioni dei primi ed ascoltare i commenti dei secondi, senza poter interferire né sugli uni né sugli altri, ma tuttavia era loro consentito entro certi limiti una assolutamente inutile e gratuita manifestazione di approvazione/disapprovazione che questi esternavano nei più svariati modi quali fischi, applausi, elezioni politiche, moccoli, lancio di sassi, bombe, scioperi, coltelli, esplosioni di fuochi di artificio colorati, fumogeni, incenerimento rifiuti, sbudellamenti e stragi fra le opposte tifoserie e le forze dell'ordine.
Ovviamente, mentre sia quelli che potevano muovere la palla (molto) che il migliaio degli attivi (molto meno) venivano retribuiti, la moltitudine degli spettatori passivi pagava un (salato) biglietto.
Le squadre si schierarono una nella parte destra del campo, l'altra a sinistra. Era previsto che, al fischio dell'arbitro costituzionale, ci sarebbe stato un ribaltone per cui tutti coloro che erano a sinistra sarebbero passati a destra e tutti quelli che erano di destra sarebbero diventati di sinistra senza che con questo cambiasse nulla.
Al fischio di inizio il centravanti di quelli di sinistra toccò per la mezzala che lanciò lungo nella metà campo avversaria. Fu allora che il capitano-presidente di quelli di destra si avventò sulla sua traiettoria, prese la palla e non la volle rendere più. Invano i compagni di squadra lo imploravano di passare la palla, macché, lui se ne stava senza muoversi di lì, stringendola al petto e proteggendola col corpo. Quelli a chiedergli di dare la palla, e lui a chiedere che cosa gli sarebbe restato.
Inutile fu spiegargli che queste erano le regole del gioco e che la palla andava pur passata se si voleva fare la partita: lui voleva sapere che cosa gli avrebbero dato in cambio se dava via il pallone. E poi, quali regole? Lui quelle regole non le aveva votate: qualcuno le aveva fatte senza di lui, quindi non era tenuto a rispettarle.
Provarono ad espellerlo dal campo, ma lui non se ne andò. Era lì per volere del popolo, disse, e la sua espulsione non sarebbe stata democratica. Provarono a buttare in campo il pallone di riserva, ma lui si prese anche quello. Gli furono fischiate contro 213 punizioni consecutive per doppio fallo di mano e lui protestò gridando alla discriminazione perché quando il portiere avversario prendeva palla con le mani nessuno aveva mai da ridire.
Fu così che la squadra di destra perse la partita. A tavolino, dopo la sospensione, due a zero per le sinistre. Quel che è peggio di questa triste storia, è che stavolta non si era divertito nessuno. Il capitano-presidente rimase solo con la sua palla in mezzo al campo per giorni e giorni, nello stadio ormai completamente vuoto, e piagnucolava: "...ma se vi passo la palla, che mi date in cambio?"
AVVENTURA DI UN OROLOGIO ROTTO
Era un gran bell’orologio.
Lancette fosforescenti, ovale zincato, 18 rubini. Ma era da sempre fermo sulle due meno dieci. Per la curiosa forma delle sue lancette, due braccini spalancati su dieci alle due, c’era come un allegro sorriso all’interno dell’ovale zincato, un sorriso dolce e delicato, ma con gli occhi furbi di due piccoli rubini ed i riflessi fluorescenti di un folletto di altri tempi. Chissà che lo spirito di un folletto non avesse davvero preso dimora tra le sue dodici tacche orarie. Era così bello che quasi non sembrava rotto. Ma rotto lo era, inchiodato da tempo immemorabile sulle due meno dieci, in quello sghignazzante sorriso che né le molle nuove né la perizia del vecchio orologiaio del quartiere avevano saputo rimuovere. Cosicché il nostro orologio rotto non serviva più a niente, e fu dapprima abbandonato in un cassetto, infine donato a lui, perché a lui, di sapere che ore fossero, non fregava proprio una mazza, e l’orologio gli piaceva così, sorridente com’era, perché lo metteva di buon umore.
E come lo difendeva, lui, il suo orologio! Diceva che non era vero che non serviva a niente, perché vi era un momento durante la giornata, quando puntualmente si compiva il miracolo e tornava un orologio normale: alle due meno dieci in punto, non un minuto prima e non un minuto dopo, tornava a segnare il tempo come un qualsiasi orologio. Alle due meno dieci in punto nessuno avrebbe potuto distinguerlo da un orologio vero, alle due meno dieci in punto nessuno poteva più dirgli, per un minuto almeno, che aveva l’orologio rotto.
Lui era un gran bell’ uomo. Corpo slanciato, capelli castani e mani grandi. Al polso un orologio, rotto.
Era un insufficiente mentale, uno di quegli uomini un po’ ingenui ed un po’ poeti che (un po’ per amore, un po’ per idiozia) sorridono a tutte le persone che incontrano. Certi signori con un camice bianco, una laurea in violenza e la seconda casa al mare, dicevano di lui che aveva un quoziente intellettivo inferiore alla normalità, ma si guardavano bene dallo specificare cosa per normalità si intendesse veramente. Tuttavia, quando lui li incontrava, sorrideva anche a loro. Certi altri signori, sulla base di quanto avevano affermato i primi signori, gli donarono un cartellino con scritto sopra “invalido civile”, guardandosi a loro volta dallo specificare cosa fosse veramente valido per la civiltà. Eppure, se li avesse incontrati di nuovo, avrebbe sorriso anche a loro. Incarcerato senza colpa in un istituto per idioti dove avrebbe scontato un immeritato ergastolo, quell’uomo dai capelli castani seppe di essere diventato ormai come il suo orologio, una specie di sorriso rotto quanto basta per non servire più a niente, e quello sarebbe stato il suo cassetto.
Aveva però anche lui, come il suo orologio, un momento durante la giornata, il suo momento magico, quando puntualmente si compiva il miracolo e tornava ad essere come tutti gli altri uomini e poteva sentirsi vero. Era quando sorrideva ai suoi amici dell’istituto, altri tre idioti come lui, che puntualmente, alle due meno dieci, si ritrovavano nell’androne, e guardavano il grande orologio della parete diventare per un minuto come il vecchio 18 rubini da polso. In quell’istante, ogni giorno, come per miracolo: un sorriso, quattro sorrisi, un sogno.
Negli altri momenti della giornata, salutava tutti quelli che incontrava (infermieri, inservienti, dottori...), ma nessuno gli rispondeva. Ci rimaneva male e gli venivano pensieri tristi. Non gli rimaneva che attendere l’istante magico. Quello che succedeva durante l’istante magico, lui lo spiegava ai suoi amici così:
- Avete una donna? Bene, sarete amanti. Avete un miliardo di dollari? Bene, sarete ricchi. Avete un posto che conta? Bene, sarete influenti. Avete un ministero? Bene, sarete potenti. Se avete un sogno, però, siete uomini! Cosa credete: anche loro che non ci salutano, che non sono rotti come noi ed ancora servono a qualcosa, fanno i nostri stessi sogni. In fondo sono uguali a noi, cercano un sorriso, solo che non lo sanno riconoscere, perché non sanno l’ora, perché non hanno un orologio rotto.
Avvenne poi che l’orologio rotto scappò dall’istituto. Quelli coi camici bianchi dissero che erano scappati loro e non l’orologio, ma lui diceva che era scappato l’orologio, si si, lui era solo andato a riprenderlo perché ci era affezionato, e gli altri tre forse erano solo affezionati a lui. C’era un infermiere nuovo di guardia al cancello quando gli chiese “mi è scappato l’orologio giù in cortile, vado a riprenderlo e fra cinque minuti sono qui”. Erano le due meno un quarto. Quando, dopo sette mesi tornarono da soli all’istituto, lui disse all’infermiere di essere stato puntualissimo, e gli mostrò l’orologio 18 rubini che segnava dieci alle due. Non seppero rispondere dove fossero stati in quei cinque minuti. Allora quelli col camice bianco gli chiesero perchè fossero tornati.
Lui rispose, sorridendo:
- Abbiamo sognato la libertà, come voi che servite a qualcosa. Poi abbiamo come voi sognato la felicità. Ma non c’è libertà senza un sorriso, e la felicità, senza sorrisi, non sa di niente. Speravo che quelli fuori sapessero farlo meglio di voi qui. Ma ho sbagliato, perchè la gente non sorride più, né quella qui dentro né quella là fuori. Sorride solo il mio orologio, che però è rotto, e solo alle persone rotte riesce a spiegare come. Là fuori fanno tutti finta di essere stati riaccomodati. Qualcuno fa finta perfino di servire a qualcosa. Credono di essere uomini veri ma non sanno nemmeno sognare insieme. Tanto vale farlo qui. Quanto manca a dieci alle due?
Era un gran bell’orologio, perché il suo tempo sorrideva sempre. Su quel sorriso un uomo dai capelli castani aveva costruito un sogno. Su quel sogno si tuffarono quattro uomini e forse un folletto fosforescente. I loro carcerieri, messi insieme a tutti i signori coi camici bianchi ed al mondo intero, non erano liberi come lo erano loro. E dicevano che era un orologio rotto!...
I LADRI DELLA FELICITÀ
Avete mai fatto caso a quanto poco durano i momenti di felicità?
E’ senz’altro l’esperienza più comune di questo mondo che, quando ci sono momenti tristi, la depressione non passa mai, e quando invece ci sono momenti lieti la felicità è come se svaporasse in un attimo.
Eppure la felicità dovrebbe equivalere alla tristezza, due stati d’animo contrari ma affini, come il giorno equivale alla notte, come i maschi son pari alle femmine, i semafori rossi a quelli verdi, l’emisfero destro a quello sinistro, e via di questo passo. Invece non è così. I tristi sono più dei felici, e non c’è spiegazione logica.
Pensateci bene, non vi sembra strano? Come ognuno di voi avrà imparato a proprie spese l’infelicità perdura più a lungo di qualsivoglia contentezza, non la si finisce di smaltire mai.
Mi ricordo per esempio, quand’ero ancora un ragazzino, che dopo il mio primo quattro a matematica restai di malumore per giorni e giorni, mi sentivo fallito, tradito dai professori, feci a pugni con i miei compagni con ogni pretesto anche il più stupido, leticai con mio padre e pensai di scappare di casa, un mese d’inferno, non mi passava più.
Invece, dopo il mio primo bacio (si chiamava Deborah, prima ci, ed era una deliziosa sbarbina dai capelli rossi) per quasi due minuti mi sembrò di volare, poi lei salutò con un dolcissimo ciao ed io m’intristii subito perchè m’assalì la matta paura che il giorno dopo avrebbe dimenticato tutto e che non mi avrebbe salutato neanche. E così fu, puntualmente, colpa di quel figlio di papà del Falletti e della sua nuova mountain bike, troppo facile battere la concorrenza di un appiedato quando si ha sotto il culo un modello sportime cross cinque moltipliche dai colori sgargianti, e così addio capelli rossi, ma questa è un'altra storia.
Comunque la cosa non mi tornava proprio. Mica tanto che quel buzzurro firmato del Falletti mi avesse scippato la sbarbina, no. Non capivo come fosse successo che dopo un momento grande come il mio primo bacio tutta quella felicità fosse svaporata nel nulla con la prima paura di perderla. Non poteva durare, che so, il ricordo, il sapore, la memoria di tutto quel benessere per almeno qualche giorno? Sentii puzza di bruciato.
Allora cominciai ad osservare il mondo con una certa attenzione e scoprii che finiva sempre così: la felicità spariva subito da chiunque, non appena ne assaggiava un poco. Ricordo quell’anno la nazionale vinse i mondiali. Fu una notte di straordinaria follia, come se tutta l’Italia fosse improvvisamente felice, caroselli, bandiere al vento, salti, balli, baci ed abbracci, I-ta-lia, I-ta-lia, un popolo insonne e allegro come non mai, poi il giorno dopo tutti tristi come prima. Così, di punto in bianco, cinquantaquattromilioniepassa di intristiti! Non era possibile che tutta quella gioia collettiva non avesse lasciato traccia in nessuno dico nessuno solo dodici ore più tardi. Guardai meglio cercando almeno un sorriso in più del solito. Macchè, a parte una epidemia di occhiaie, non riuscii a registrare neanche una mezza allegria ulteriore fra tutti coloro che incontrai il giorno dopo.
Fu allora che il sospetto in me si fece certezza: qualcuno o qualcosa rubava la felicità degli uomini. Ed io mi proposi di smascherarlo qualunque cosa o demone fosse.
Ne seguirono vent’anni di appostamenti. Per la verità all’inizio fu molto difficile. Chiunque fosse il ladro, non aveva vita facile: non immaginate nemmeno quanta penuria di attimi felici ci sia a giro per il mondo. Mi accorsi così che gli uomini erano tutti sempre incazzati, ingrugniti, indisposti, intristiti, avviliti, disperati, scoraggiati o nella migliore delle ipotesi melanconici. Cercare attimi felici era una vera impresa. Mi ci volle un bel po’. Poi piano piano, dopo mesi e mesi di attività, affinando la tecnica osservativa, scoprii che ci sono dei luoghi dove è più facile scovare qualche sorriso.
Non sono poi molti. Nei giardini, dove si danno i primi appuntamenti gli amanti; allo stadio, quando la squadra del cuore vince il campionato; all’ufficio di collocamento, le poche volte che finalmente ti danno un lavoro vero; raramente alle maternità degli ospedali, quando nasce un bambino desiderato (che poi sono la minoranza); posti così. Per carità, alla larga dai matrimoni, dove la felicità è d’obbligo ma è quasi sempre falsa. Semmai si può fare incetta di invidie e pettegolezzi. Quanto alla gioia della sposa: tutta letteratura. Rassegnazione piuttosto. Mi ricordo per esempio al matrimonio del mio amico…ma sto andando fuori tema, torniamo all’ argomento che mi preme. Dunque.
Con l’esperienza divenni un ottimo cacciatore di sorrisi, che scovavo felici qua e là, principalmente negli adolescenti innamorati e nei grandi azionisti Fiat il giorno dei dividendi. E cominciai ad osservare.
Manco a dirlo, tutte le felicità erano brevissime: gli amori finivano subito, e sovente non riuscivano nemmeno a cominciare; gli entusiasmi degeneravano nell’abitudine e si facevano disgregare dalla routine; i profitti asfissiavano tosto nella preoccupazione di evadere le tasse. Ah, che assillo per un imprenditore la Guardia di Finanza! O per una neo-mamma un decreto ingiuntivo di sfratto pupo incluso, o per gli innamorati le sabbie mobili della quotidianità dove s’immelma la passione… Quanta passione sepolta è calpestata ogni giorno nei supermercati! La morale era sempre la stessa: uno non fa in tempo ad essere felice che…
Dopo dodici anni (dico dodici), quasi per caso, il primo indizio. Fu ad una ricevitoria del lotto, marito e moglie riscuotevano felici un buon terno e poi, dopo neanche cinque metri eccoteli litigare selvaggiamente su cosa fare dei soldi. L’ennesima felicità subito svaporata, pensai, ma l’attenzione mi cascò su un signore vestito normalmente con giacca e cappello ed una cravatta gialla che fece uno starnuto. Era fra i tanti passanti che guardavano divertiti la scena, certo, ma nel suo sorriso non c’era il ghigno divertito degli invidiosi, quanto la smorfia serena di chi sapeva già tutto. Il solito parente che “lo sapevo io che tanto finiva così”? Chissà. Per una interconnessione inspiegabile e magica dentro i pensieri liberi, come solo i sogni dei pazzi e l’arte dei poeti sanno produrre, la memoria mi tornò ad un altro starnuto, quello del professor Pagliarini che uscendo da scuola, quel giorno, fece arrossire la mia sbarbina dai capelli rossi (e terminare il primo bacio). “Non la consumare tutta, quella lingua, che domani ti serve all’interrogazione”. L’indomani presi quattro a storia, ma ormai alle insuffi mi c’ero avvezzo, e poi c’avevo Falletti per il capo e non me ne curai. Ma ricordai bene che aveva starnutito.
E cominciai a notare che tutte le volte che una felicità svaporava, qualcuno lì vicino starnutiva. Di uno starnuto secco, un po’ trattenuto per non farsi notare, ma non di bronco, con un che di falso quasi a presa di giro, praticamente inconfondibile, come quello del professor Pagliarini, come quello dell’uomo con cravatta gialla, lo stesso starnuto, sempre.
Gli starnutanti assumevano le più varie forme. Ai giardini spesso un signore distinto e d’età con cappello sulla panchina vicina, il volto dietro il giornale. Qualche volta il barboncino della signora col cappellino (lo stesso starnuto!). Alle messe di matrimonio il prete, ite missa etci! e qualche volta l’organista. Ai reparti maternità l’addetto delle pulizie, etcì! allo stadio l’omino del pop-corn etcì!: qualcuno starnutiva sempre. E curiosamente chi starnutiva aveva come l’occhio porcino, tale e quale al professor Pagliarini, sempre quello stesso lubrico sguardo, tanto il vecchietto della panchina che il prete dall’altare nuziale, perfino il barboncino, la stessa porcina espressione. Uno stuolo di starnutanti dagli occhi porcini era sempre nelle vicinanze di una svaporante felicità.
Avevo fiutato la pista giusta. Gli indizzi si moltiplicarono e divennero prove.
Ne ricordo di incredibili!
Una volta riconobbi l’occhio porcino perfino nei documentari di Quark, accanto a Piero Angela (come ti assomiglia al professor Pagliarini quello lì!) ricordo il pasto di un leopardo e poi un bradipo che starnutì, - sì, starnutì vi dico! - e la preda del felino, gaudentemente appollaiato sul ramo di un albero vicino, etcì, scivolò nella palude sottostante e addio pasto. Impressionante!
Ricordo in corso Mazzini, quel bambino che leccava un gelato più grosso di lui costatogli una bizza infinita davanti al chiosco del gelataio (e più di una sberla della madre prima che questa si volesse rassegnare al supplemento di vaniglia e colesterolo per il capriccioso pargolo), finalmente soddisfatto finchè un piccione enorme, con sei metri di apertura alare che pareva un albatros, centrò con un escremento di mezzo chilo la parte superiore del cono gelato rendendolo bigusto pistacchio e vomito, ed io lo vidi benissimo a non più di due metri dal bambino, un pappagallo della vetrina di animali dallo sguardo inequivocabilmente porcino: etcì! Sconvolgente!
Ricordo il mio povero amico Filippo, il meccanico.
Il giorno prima, dopo un lustro di spenta solitudine post-divorzio, con la complicità di una coppa dell’olio impazzita aveva rimorchiato la sua conducente, una gnocca da sogno, praghese, ceco-slovacca-senza-più-slo-vacca, che per gratitudine era andata in camera da lui, gratis, in una notte indimenticabile. Era al settimo cielo prima che quelli della narcotici che la pedinavano gli demolissero l’appartamento scovandogli due partite di purissima che la cecosloeccetera gli aveva lasciato nascosto nel serbatoio del water. Gli ci vollero dodici milioni in avvocati difensori per dimostrare che lui non c’entrava nulla, dei quali due prestati da me e non ancora restituiti. E il particolare che mi si impressionò indelebilmente nella memoria (ero presente quando fecero irruzione col mandato, per un caffè di celebrazione in onore della gnocca), il pastore tedesco dell’unità cinofila, che prima fiutò tutto il fiutabile, poi, a purissima scovata, uno starnuto secco da cimurro dilagante, uno solo, etcì!, il marchio di riconoscimento. Voltò il muso verso di me: aveva l’occhio porcino!
Ormai sapevo come riconoscere quelle creature e decisi di andare fino in fondo. Al parco cercai la solita coppia di innamorati, lui negli occhi di lei, lei negli occhi di lui, un vecchietto dall’occhio porcino nei pressi a sbavare dietro una siepe, no no, non è lui, troppo vecchio e sudicio, questo è il solito guardone rimporchito che staziona in ogni parco giochi, eccola là invece, la “creatura”, un signore giacca e cappello che legge il giornale due panchine più avanti, distinto, non dà nell’occhio, circa sessant’anni non troppo alto, da scommetterci: è lui.
Bhè, che volete, mica potevo tentare con un pastore tedesco dai denti affilati, mi ci voleva una creatura almeno della mia specie, non conosco il bradipese.
Mi siedo la panchina accanto, getto delle briciole ai piccioni, e osservo. La coppietta è troppo lontana, succede qualcosa che non riesco a sentire. Lei si alza con le lacrime agli occhi e corre via. Lui resta lì sconsolato a tenersi il capo fra le mani. Il vecchietto dietro la siepe cambia postazione puntando verso due adolescenti che si baciano. La creatura starnutisce, distintamente, una volta sola, lo sguardo porcino: etcì. Ha fatto un altro pieno di felicità, ne sono sicuro, ha rubato la felicità dei due giovani, ha compiuto la sua missione ed ora si alza dalla panchina, va verso l’uscita. Lo seguo.
Entra prima in un fast food, ordina una birra, io mi siedo discosto ad un altro tavolo e mi accingo a trangugiare un hot dog. Mentre la salsa piccante mi ustiona le mucose del cavo orale mi chiedo che brandelli di felicità potrà mai ricavare da un locale come questo, pochi paninari studenti e tanto fumo, dove la cosa più allegra che c’è è il juke box che rumina musica dark. Caccia magra, bello mio, infatti si alza a fine birra ed esce. Lo seguo. Torna verso il parco. Ancora sulla panchina. Tento il tutto per tutto, voglio arrivare in fondo a questa storia, mi siedo accanto a lui.
“E’ vero, caro signore, io rubo la felicità” – dice improvvisamente voltandosi verso di me, con un furbetto sguardo porcino.
Cazzo, la creatura legge nel pensiero, non l’avevo previsto, che stupido! Sono uno stoccafisso dalla paura, ma ormai sono in ballo devo ballare. Con gentilezza è lui che continua e dice:
“Non deve giudicarmi male, sa, è il mio lavoro, e mica è facile. C’è meno felicità nel mondo di quanto miele sia sulla luna, una faticaccia.”.
Vorrei chiedergli chi è, per chi lavora, che c’entrano le lune di miele, a chi serve questa criminale sottrazione di benessere dall’umanità, vorrei far bella figura con le sei domande canoniche imparate alla scuola di giornalismo “chi-dove-come-quando-quanto-perché”.
La fifa mi fa balbettare a malapena un “Ma.. .bh... ch… cioè… prch… quasi?”.
Dio che figura! Che c’entrava il quasi! Fortuna che quello legge nel pensiero e capisce tutto.
“Vede, io sono un piccolo genio, quello che voi chiamate folletto. E vengo dal mondo delle fiabe, come tutti quelli della nostra Organizzazione. Non si faccia ingannare dalle apparenze: operiamo a fin di bene.”
“…F...fiabe?” mi azzardo incredulo. Non capisco più niente.
“Certo, - replica lui - io sono una creatura di un mondo sovrapposto a quello fisico, che comunica con questo solo attraverso il sogno ed i bambini, un mondo originale, da sempre dentro e sopra di voi ma che voi non riuscite a vedere. Insomma, una dimensione parallela. Mai sentito parlare di iperspazio, di sesta dimensione, di ectoplasma inerziali? Quelle cose lì. Io sono una creatura del parallelo mondo che voi chiamate mondo delle fiabe, convinti voi che non esiste, ed invece esiste eccome, più reale di quello fisico.
“E di tutte le creature fantastiche che popolano le fiabe, di tutto lo stuolo di maghi, fate, gnomi, draghi, folletti e spiritelli che contornano i Re e le Regine dei “C’era una volta”, io ed i miei colleghi abbiamo il più bizzarro destino di tutta la nostra già bizzarra dimensione: siamo ladri, ladri di felicità. Fin dalla notte dei tempi, sa? Nelle epoche più diverse, nelle storie più varie, io personalmente sono stato Fauno nell’antica Grecia, e poi satiro in Arcadia, zefiro in Tracia, gnomo in Scandinavia, ed ancora angelo, putto, spiritello, druido, puffo e come ha visto anche lei perfino bradipo nella foresta pluviale. Ma sempre con questo sguardo e – particolare che lei non ha ancora notato, mi permetta, con questo sbuffo di barbetta caprina sotto il mento. Mi dona? Ne vado orgoglioso!”
Oddio, pensai, la barbetta del professor Pagliarini!
“Un caro collega. Facciamo parte, come lei ha capito, della stessa Organizzazione. Per chi lavoriamo? Ma caro signore, siamo agenti della Banca della Felicità. Lavoriamo, in definitiva, per gli operatori d’impresa del nostro mondo, principalmente le fate ed i buoni maghi, ma anche a volte divinità benigne, specie nelle leggende antiche. Sono loro che investono i loro magici capitali per dar vita a sempre nuove favole e sempre più produttive.”
“Produttive di che cosa?… Cosa producono?”
“Sogni e fantasie per bimbi. Insomma fiabe. Cosa altro si dovrebbe produrre nel mondo delle fiabe se non appunto fiabe, fiabe dolcissime e bellissime da raccontare ai bambini quando si addormentano?”
“Ma perché rubate la felicità?”
“Perché la felicità è una sostanza pura, ingenerata ed ingenerabile, non la si può fabbricare, non la si può creare così come non la si può distruggere, non nasce e non muore, la sua quantità totale nell’universo è assolutamente costante. Quella che c’è c’è, quella che non c’è non c’è, e non ce n’è di più. E noi abbiamo bisogno di tanta felicità, per la Banca. E da dove la prendiamo? Appena possibile la rubiamo a quei pochi momenti felici della vita degli uomini e di tutti gli altri animali superiori. Anzi, meno male ci sono gli animali, sennò Banca addio ed addio Organizzazione.
“La verità è che ha più momenti felici la settimana d’un gatto rognorandagio che l’intera esistenza di un essere umano. E questo, guardi, le assicuro, non è per colpa nostra. E’ che gli umani si crogiolano nell’infelicità, e quand’anche gli andasse tutto a meraviglia, lavoro sicuro, conticino in banca, una bella casa, una mogliettina fedele e carina, due bei pargoli in salute, settimana bianca a Cortina e quant’altro, oh, ce ne fosse uno contento, macchè! Proprio quelli sono i più tristi di tutti! Siete davvero strani voi umani: avete una inspiegabile allergia alla soddisfazione, siete dei sempretristi incurabili. E rendete la nostra professione un inferno impossibile.
“Ma …come fate?”
“Questo è complicato da spiegare ad un umano. Dunque, si filtra (non con i polmoni, ma con il cuore) tutta la biosfera circostante, si perché la felicità è un etere vaporoso di ipermateria, ha le sue ipermolecole come tutte le sostanze pure, ma bisogna stare nel raggio di 10 metri, altrimenti si rovinano, e mediante la concentrazione ipospemica dei criptogrammi monomeri della contentezza, la gravitiamo dalle anime dei soggetti felici ai nostri ectocontenitori, e poi concentrata in microglobulosfere con uno starnuto iperdimensionale la spediamo al collettore dell’organizzazione più vicino nello spazio parallelo. Semplice no?”
“D’accordo, accumulate felicità nella vostra banca. Ma per fare cosa?”
“O bella, ma per renderla a disposizione delle fate, ovvio! Niente fate, niente fiabe. Niente fiabe, niente mondo parallelo. E senza il nostro mondo parallelo nemmeno il vostro esisterebbe. Non avreste mai la forza di esistere senza la speranza di una fiaba! Cos’è, se non che una fiaba, la vita stessa? Niente fiabe, niente universo fisico, niente relatività generale, niente galassie, buchi neri, atomi, stelle, albe, tramonti, colori, eclissi, quark, neutrini, legge di gravità universale, elettromagnetismo, molecole, tempo, spazio, niente di niente, perché l’universo stesso altro non è che fiaba. Leggenda, miracolo, sogno: l’universo è una immensa fiaba non ancora finita di scrivere, nulla più.”
“Non capisco. Che c’entrano le fate?”
“Scusi, ma lei come fa a scrivere una fiaba? Un qualche miracolo benigno vorrà pure mettercelo di mezzo, no? Se no che fiaba è? S’immagina Cenerentola senza la zucca trasformata in carrozza, o Biancaneve senza il bacio del principe che spezza l’incantesimo, o i quarant’anni di malvagio potere democristiano senza tangentopoli (una bella fiaba anche quella!), Aladino senza il genio dei desideri, l’impero Fininvest senza l’incriminazione di Berlusconi… e metterci quel pizzico di miracolo buono è appunto il mestiere delle fate, che altro non fanno che dispensare felicità aggratis, secondo il loro capriccio, a questo o a quel personaggio. Quando una storia ha un supplemento di felicità aggiunta da una dolce fatina, allora è una fiaba. Il resto non è che storia, banale quotidiano, cronaca. Ogni fiaba ha il suo miracolo felice, il suo capriccio di fata!
“Ma neanche le fate, ahimè, possono fabbricare la felicità, nossignori. Nessuno la possiede, nessuno la genera, nessuno la distrugge. Una quantità assolutamente costante di felicità allo stato puro circola nell’universo, ed in verità ha una ectomassa in tutto pari alla tristezza universale totale. I due principi si equivalgono esattamente, fino all’ultimo ectopicogrammo. E circolano nel mondo, perché in verità non si fermano mai, e tutte le creature ne assaggiano un poco, e nessuna creatura può trattenerne una sola ectomolecola per sé. Impossibile imbrigliare o trattenere la felicità! Puoi solo rimetterla in circolo (con un sorriso, con uno sguardo degli occhi, con una parola dolce) ed aspettare la prossima. Avrà notato, quando sorride, come la felicità circola e si trasmette agli altri, immagino. Così pure la tristezza. Ma la tristezza non serve alle fiabe, e noi la lasciamo tutta agli uomini che ne son golosi matti.
“A noi serve catturare la felicità. E la rubiamo agli uomini, ai loro momenti lieti, per accatastarne quanto basta alle fate per fare i loro capricciosi miracoli a giro per le fiabe di mezzo mondo, e così sempre nuove fiabe garantiscono la sopravvivenza dell’universo.
“Ma da dove crede che le fate tirino fuori ad ogni miracolo tutta questa felicità supplementare? Dalla nostra banca, ovvio!
“Noi, folletti e ladri di felicità, siamo al servizio delle fate. E’ la banca che finanzia la bontà delle forze benevole, che eroga quella felicità che poi le fate dispensano come loro piace. E guardi che sono esigenti le fate! Mica fanno prodigi qualsiasi, minimo minimo rospi deformi che diventan principi, oppure servette sfruttate dalle sorellastre rifatte regine, e regni e eredi e ricchezze e onori, tutto così, dal nulla.
“Lei ce l’ha una vaga idea di quanta felicità aggiunta ci vuole per fare di un rospo, di una bestiaccia infelice, lo sposo principesco bellissimo e ricchissimo di una bella e soave superbonazza con scarpine di cristallo? Ettolitri ed ettolitri di felicità, barili a millanta e millanta (si perché la felicità, quando viene concentrata, diviene liquida, per via della pressione), e loro, i rospi-principi, i personaggi delle fiabe, c’affogano nella felicità, ci galleggiano sopra, ci nuotano dentro, ne sperperano fiumi!
“E lei lo sa quanta fatica mi costa trovare in un giorno anche una sola gocciolina di felicità, distillarla dall’amore di due giovani amanti, catturarla al volo prima che le ectomolecole evaporino con l’alito dell’ultimo bacio, o si disperdano nel languore di un sorriso sdolcinato, mettere la preziosa goccia nell’apposito contenitore globulosfera ed inviarla nella dimensione parallela, dove vengono raccolte goccioline dopo goccioline al prezzo di migliaia e migliaia di appostamenti, furtarelli, scippi volanti, colpi andati a vuoto, cacce inconcludenti e frustrazioni di ogni tipo. Ed ogni fata che ti arriva anche dalla fiaba più scalcinata minimo minimo te ne porta via due cisterne! Un destino infame!”
Io giuro non ci capivo più nulla! Che cosa mi diceva quella assurda creatura in vestiti borghesi? La felicità umana depredata per qualche rospo fatto principe, per qualche mero personaggio delle fiabe che poi non esiste neanche, è solo fantasia scritta di poeta o di favoliere e…Ma non esistono i personaggi delle fiabe! Sono esseri inventati di sana pianta, non hanno una loro esistenza, non…
“Non pensi questo – disse – il mondo parallelo è reale quanto questo. Anche l’uomo non è che un personaggio nella vita. Lei non è più vero di quanto lo sia il Principe o il Povero, Ali Babà con tutti i suoi ladroni o Alice nel paese delle meraviglie. Anche lei è un personaggio, ogni uomo è un personaggio, Qualcuno sta scrivendo anche la sua storia. L’Universo intero non è che Fiaba”.
Io allibivo. Rabbrividivo. Di stupore forse, ma soprattutto di rabbia. Non credevo ai meiei orecchi. Quasi credevo di essere precipitato io in una favola, anch’io in un qualche miraggio fantastico. Sbotto.
“…Ma è pazzesco! Non è possibile! Ma io vi denuncio! …Voi…voi siete dei criminali, condannate l’umanità a non avere momenti felici, ci rubate la gioia, ecco cosa siete, degli esseri ignobili, abietti, altro che ladri, peggio che criminali! Rubate la felicità degli uomini così, solo per….per …per miracolare un personaggio che è solo un’invenzione, una favola, un…”
“Piano, piano amico mio! In primis, noi non rubiamo se non la felicità che voi disperdete spontaneamente. Noi catturiamo la vostra felicità quando questa già evapora, non prima, e sono gli uomini stessi, più che altri animali, che si ingegnano a disperderla nei modi più incredibili. La verità è che l’uomo conosce la felicità ma non sa conservarla dentro di sé. Più che ladri siamo dei cercatori, degli accalappiagioie, al massimo dei ladruncoli. Quanto a denunciare, lei non potrà denunciare proprio un bel nulla. Per scoprire me lei è dovuto entrare nella nostra dimensione parallela, altrimenti non mi avrebbe mai riconosciuto. Il suo sospetto che qualcuno rubasse la felicità era già quello un argomento da fiaba. Portarlo avanti è stato entrare nella favola, ed ora lei c’è dentro fino al collo, caro mio, al massimo potrà raccontare quello che sa in una fiaba, dalla quale lei non uscirà mai più”.
Sparì.
Poi più nulla.
Silenzio, e poi silenzio, e poi ancora silenzio.
Ed ora eccomi qui, eternamente prigioniero in questa fiaba che sarà la mia tomba, a raccontare una verità che a tutti voi non sembrerà che una favola. Tant’è. Mi consolo con le fate. C’è n’è una dai capelli rossi, superbonazza, di nome Deborah, che sa fare certi incantesimi che …
LA FESTA DEL PATRONO DI GRAVIGNANA
Vi scrivo, a nome di tutti, questo resoconto per informarvi dettagliatamente di come andò e di quel che successe poi.
Era, dunque, il giorno di Ferragosto. Come voi sapete nel paese di Gravignana per Ferragosto è festa grande. I confratelli della Compagnia in cappa nera sollevarono a spalla il vacillante baldacchino, quindi la statua del patrono cominciò a sfilare con la banda in testa in un tripudio di stendardi e litanie e bandiere e vessilli e giaculatorie e paternostri: la processione solenne!
Per una sera il paesetto amenamente sperduto sulle montagne pistoiesi, tutto rintanato dentro la breve cerchia delle sue mura medioevali, ma che per la verità solo pochi vecchi dimenticati ormai abitano, rivive l’allegria di una volta: tutti i suoi figli emigrati ritornano per la festa, e tutti i turisti della valle salgono per vedere, tra saltimbanchi e chiccai, il lancio della mongolfiera che al termine della processione viene fatta salire al cielo in segno di pace e prosperità. Ogni anno più grande di quella dell’anno prima, per la maggior gloria del paese, secondo le decisioni del Comitato, composto ovviamente dagli impuniti festaioli della Pro Loco, vecchio Bretella in testa, infaticabili organizzatori di tombole e balli lisci, che nella festa patronale danno il meglio di loro anche se non si può certo dire che siano dei cattolici devoti.
Ma quest’anno poi doveva essere gigantesca per far crepare di rabbia quelli del vicino paese di Pontepietro, che avevano copiato l’idea e anche loro tirato su una mongolfiera per la festa della loro Madonna, celebrata la settimana precedente. Ci si poteva far scippare l’idea, la gloria e i turisti dai pontepietresi? Giammai! Fu ordinata allora, in fretta e furia, una super mongolfiera larga 65 metri e alta 200 forse 300, non si sapeva di preciso, perché sarebbe stata una sorpresa..
Per me lo fu senz’altro. Suonavo nella banda il clarinetto e già s’era conclusa la processione gremita di vecchiette litanianti e curiosi in cerca di religiosità al brigidino. Nelle mani dei bambini croccanti e palloncini scrocchiavano e scoppiavano con pianti e grugniti in un roboar di carie e elio liquido. Gli anziani della Compagnia in cappa nera erano a stento sopravvissuti all’ennesimo trasporto di baldacchino patronale, un tre quintali barocco di legno intarsiato che certificava annualmente lo stato di avanzamento di artriti e dolori reumatici. Tutti si incontravano con tutti e si complimentavano a vicenda, ma guarda chi c’è, quant’è che non ci si rivedeva, o la mamma come sta, o come tu sei cresciuta, sembra ieri tu eri una bambina come? cinquant’anni portati bene però, davvero, ma allora non sei la Teresa di Ghigno? Oh la mi scusi sa, sono fatta un po’ sorda.
Il curato aveva salmodiato coi paramenti delle grandi occasioni nel giubilo delle campane a distesa, e smartellando a destra e a manca col solenne reliquiario come fosse una clava, aveva benedetto tutto il paese e centrato l’occipite del malcapitato sagrestano che se la sarebbe cavata con trentasei punti di sutura ma lì per lì la paura fu tanta.
La banda, sazia di Gloria e di Salveregine, suonava abusivamente Glen Miller travestito da marcia religiosa. D’altra parte anche l’inno del patrono, composto appositamente per la festa dal nostro Maestro, il nipote del vecchio Bretella, somigliava non poco a “bandiera rossa”. Nel baccano più totale gli addetti alla mongolfiera stavano gonfiando l’aerostato in segno di paesana vendetta.
Accidenti, quant’era grossa la mongolfiera! Una specie di super-mammella, flaccida, grande quanto la piazza intera, con volute rotondeggianti, cominciò ad inturgidirsi per il gas oscillando colorata sempre un poco più in alto, finchè non assunse le dimensioni di una collina ed ancora continuava a gonfiarsi.
La banda intonò la marcia trionfale dell’Aida per celebrare quella meraviglia che cominciava davvero ad essere alta almeno duecento metri e tutta la gente, pian piano, si lasciò prendere dallo stupore ed ammutolì quando il pallone, saldamente ancorato con i cavi al campanile ed al palazzo civico, assunse le proporzioni del cielo e coprì tutto il nostro orizzonte, con la bocca inferiore sospesa a circa 30 metri sopra di noi ed un diametro tale da coprire tutti i tetti del paese che non se ne vedeva più la vetta, ma si continuava a gonfiare, ancora di più, ancora di più.
L’avrebbero visto quest’anno anche dal capoluogo, tanto era grosso, e forse perfino da Firenze si sarebbero detti “guarda che mongolfiera han tirato su quest’anno quelli di Gravignana per la festa grande, un pallone che si è visto di quaggiù”…e che si continuava a gonfiare, ancora di più, ancora di più..
Tutto la piazza aveva gli occhi al cielo, per lo stupore la banda smise di suonare.
Il Curato, come fosse uno spettacolare segno della religiosità del suo popolo davanti a tutto il Cielo, fece un orgoglioso gesto beneditorio all’aerostato delle meraviglie e tutti dissero sottovoce Amen, e si continuava a gonfiare, ancora di più, ancora di più.
Ormai era immensa.
Alla Pro-Loco non avevano scherzato promettendo l’incredibile, sarà di 300 metri, invece era sicuramente più del doppio, nessuno avrebbe potuto dire quanto.
Ondeggiava per il vento in quota -e già sprizzava dalla voglia di liberarsi in cielo- una prosperosa e lieve immensità mono-mammellare che sembrava volesse allattare la notte tirandosi dietro il campanile come un biberòn; una prosperosa e lieve immensità che scalpitava come una gigantesca puledra nella sua voglia di libertà e che tendeva quei cavi d’ancoraggio come corde di violino e si continuava a gonfiare, ancora di più, ancora di più.
E siccome tutti guardavano in su, non se ne accorse nessuno. Di certo non fece rumore, accadde tutto in silenzio o comunque non sentimmo i gemiti e gli scricchiolii della terra, che pure ci devono essere stati, ma insomma fui io che, appoggiando il clarinetto a terra, vidi che i profili scuri delle montagne contro la notte non c’erano più. L’aria s’era fatta un poco più fresca, c’era qualcosa d’insolito, come se….
Il fatto è che tutto il paese era concentrato in piazza per la festa e tutte le altre strade e case del paese erano rimaste deserte, così nessuno vide i bordi del paese staccarsi e levarsi verso il cielo.
Le case ed i palazzi intorno alla piazza limitavano la nostra visuale, ma il palco della banda stava proprio sopra il pozzo, al centro della piazza, e da lì potevo vedere, dall’alto in basso, la grata della bocca del pozzo, e infatti la vidi; e oltre la grata vidi il budello verticale del pozzo finire in un buco in fondo; e da quel buco in fondo vidi distintamente strade case e vallate un paio di chilometri più sotto farsi sempre più piccole e lontane.
Perciò quando gli addetti, muti e sorpresi essi stessi dell’immensità del pallone cui avevano dato vita, si dettero il gesto per staccare i cavi e liberare la mongolfiera verso il cielo, io urlai, squarciando il silenzio, “noo!!! fermi tutti!!!”: e per fortuna gridai!
Un istante dopo l’intero paese sarebbe precipitato a terra da dove era stato silenziosamente sollevato non si sa come, perché solo i cavi ormai lo aggrappavano alla sua mongolfiera.
Vero è che il paese doveva essere stato edificato sopra un roccione geologicamente instabile perché galleggiante su una enorme falda sotterranea; vero è che l’intero costone su cui poggiava era famoso per i suoi smottamenti; vero è che la forza ascensionale dell’enorme mongolfiera doveva avergli dato una spinta tanto silenziosa quanto titanica; ma quando corremmo a vedere dalle finestre delle ultime case della vecchia cerchia delle mura, il silenzio di un attimo prima esplose in un fragroroso trambusto di panico collettivo colossale con urla pianti e terrore e preghiere e bestemmie e mamme che stringevano i bambini fino a soffocarli e amanti avvinghiati nell’ultimo bacio col quale aspettare insieme la morte e mogli che scoprirono finalmente chi erano le amanti dei mariti e qualcuna poco ci mancò che la morte gliela desse davvero a randellate e figli che correvano verso i padri e chiccai che riponevano al sicuro i brigidini e topi che non sapevano dove scappare per abbandonare la nave e gatti che gli davano dietro e latrar di cani dietro ai gatti e il curato che dette il via nuovamente a tutte le campane gridando al prodigio e uno sconosciuto turista inglese che pensò bene di scattare delle foto a quella singolare manifestazione folkloristica e Gigi il macellaio che gli spaccò il teleobiettivo in capo perché, straniero o no, bisognava esser scemi a non capire che la faccenda era seria, e tutti a spintonarsi verso le finestre delle case che davano fuori dalla cerchia esterna da dove si vedeva uno spettacolo agghiacciante: un enorme zolla di roccia larga tre chilometri, con al centro il paese, galleggiava nel cielo appesa alla mongolfiera e noi, accalcati alle finestre… eravamo sopra quella zolla!
Davanti e dietro, sopra e sotto, ovunque, c’erano soltanto la notte e le stelle.
Stavamo semplicemente salendo su, verso la parte superiore dell’atmosfera, il paese a fare da zavorra del grande aerostato.
Tra gli urli e l’isteria di tutti fummo sfiorati da un jumbo di linea sulla rotta Atene-Copenaghen che per poco non centrava il vecchio hotel Serena e dagli oblò vedemmo i visi dei passeggeri trasfigurarsi in iguane impietrite col profilo di opossum agonizzanti, come se non avessero mai visto prima un paese sradicato volar su appeso a un pallone.
Laggiù la Terra cominciava ad apparir rotonda e azzurra come agli astronauti dello Shuttle, si cominciava a riconoscere il Mediterraneo, l’Africa, il Sinai e il Nilo, e fu allora che il vecchio Girolamo, ex partigiano e decano del paese, uno dei sopravvissuti al baldacchino barocco, esclamò: “evviva, ragazzi, meglio di Quark!”.
Infatti i vecchietti, capeggiati da Girolamo e dal vecchio Bretella furono tra i primi a recuperare lucidità dopo il collettivo pandemonio isterico e si rassegnarono di buon grado a farsi la più bella gita organizzata mai immaginata, altro che la due giorni a Cesenatico dello S.P.I., qui si andava sulla luna come Amstrong! Il vecchio Bretella, da trent’anni in carrozzina, disse “e vai, finalmente ci si muove!”.
I bambini si accodarono ai vecchi, correndo ovunque entusiasti ed eccitati per l’evento, approfittarono per far man bassa di croccanti incustoditi e brigidini momentaneamente orfani essendo i chiccai corsi a recuperare i propri furgoni al parcheggio fuori delle mura, rimasti però – i furgoni - sul bordo della zolla e da qui con tutte le altre automobili in sosta scivolati presumibilmente in basso ed al loro ritorno - poveri chiccai! - lo scempio caramellato era già stato perpetrato e ci fu chi calcolò che la inusitata pioggia di veicoli doveva aver fatto strage dell’abitato di Pontepietro, involontaria causa di quella esagerazione aereostatica, e se ne rallegrò nel suo intimo.
L’insolito panorama cosmico pian piano acquietò i terrori, con l’incredibile bellezza del pianeta Terra laggiù, ormai ridotto a far da mappamondo in una infinita stanza nera puntellata di stelle.
Quando la razionalità ricominciò a circolare negli animi dei protagonisti di quell’irrazionale e fantastica situazione, il maestro dette ordine alla banda di riporre gli strumenti e partecipò alla riunione dell’improvvisato Comitato di Crisi, composto da tutte le figure istituzionali presenti, ovvero: il Farmacista, il Vicesindaco con anche Gigi il macellaio (che era animoso consigliere comunale d’opposizione), il Curato, il Maresciallo dei Carabinieri, il Presidente della Pro-Loco e il Capo dei Tecnici che avevano gonfiavano il pallone.
La situazione fu subito chiara: cominciava a fare un freddo cane ed intrappolati in orbita c’erano un paese con una zolla di terra larga tre Km e 1573 (diconsi millecinquecentosettantatre) persone bambini compresi, inoltre 2 asini, un cavallo, 5 mucche, 36 polli, una chioccia, tre paperi, 18 gatti e circa 20 cani di cui 9 da caccia, senza più automobili ma con ancora 6 trattori e una mietitrebbia. Non era il caso di sgonfiare il pallone, ci saremmo sfracellati tutti perché eravamo ancora legati alla gravità terrestre.
Certo, in quel momento non potevamo sapere che saremmo rimasti a vagare lassù per più di tre anni.
Ci organizzammo provvisoriamente collaborando tutti insieme con una armonia ed una letizia che mai più avrei ritrovato fra esseri del genere umano. L’Avventura (così fu battezzato l’insolito evento che ci accomunava al medesimo aereostatico destino) aveva mitigato i caratteri e rinsaldato il sentimento solidale. Ce n’accorgemmo subito per l’insolita reazione dei chiccai, che non s’incazzarono né per la perdita dei furgoni nè per il ratto dei brigidini, e per il Curato che prestò iniziò a giocare a briscola al Circolo della Piazza perfino con Bretella che notoriamente era un mangiapreti comunista.
Al circolo per tutto quel tempo vi furono cappuccini gratis, per quanto possibile col latte delle 5 mucche e le scorte, fortunatamente pingui, di caffè dello spaccio. Per i bambini almeno non ne mancò mai.
Memorabili tornei di briscola e di calcio-balilla impegnavano tutto il paese e duravano intere settimane. Ogni sera la banda suonava in piazza, ballo e tombola, ogni “sera” cioè secondo la nuova scansione del tempo, perchè lassù nel cosmo il curato regolò l’automatico delle campane in modo che ogni ora ne durasse sei ed il giorno fosse di 144 delle vecchie ore, così che in un giorno d’Avventura c’entrasse di far sempre tutto, dormire, giocare, pregare, discutere al circolo e ballare alla sera, ogni “giorno”. Stratagemma azzeccato perché scomparvero gli assilli per la furia e l’angoscia del quotidiano. Il tempo che prima non c’era mai, adesso c’era in abbondanza, con sommo vantaggio per tutti. Le 1573 persone si scoprirono così a vicenda, i padri giocavano con i figli e coccolavano le mogli, le mogli curavano gli anziani e badavano ai piccoli, i vecchi erano finalmente assecondati nelle loro storie interminabili al Circolo, sembrava d’essere in una fiaba. Invece eravamo in orbita attaccati a una mongolfiera. E che orbita!
Due studenti di fisica dell’Università dei Firenze, i nipoti di Ghigno e del Vicesindaco, insieme al farmacista ed un computer, calcolarono le effemeridi che aveva assunto l’Avventura, simile a quella di una cometa. Secondo loro avremmo vagato oltre Giove per la fascia di Kuiper e poi forse ritornati indietro. Con moto sinusoidale a causa dell’interferenza gravitazionale di Saturno che avremmo incocciato dopo 2 mesi. Insomma, a zig zag fra Marte e Giove, giocando a scartino con gli asteroidi.
Ed avevano proprio ragione perché prima la Terra diventò piccola piccola, poi scomparì anche la Luna, e nel viaggio avemmo modo di vedere anche Saturno con gli anelli e tutte le altre meraviglie del sistema solare.
Ci salvarono le meteore.
Quelle di ghiaccio ci portavano l’acqua a sufficienza, ghiaccia marmata ma bastava scioglierle al calore e c’era acqua potabile cosmica per tutti. Quelle nere assicuravano il carbone combustibile per la improvvisata centralina elettrica (a carbone, appunto) realizzata artigianalmente e a tempo di record glaciale da Ernesto il pompiere e dal turista inglese, risultato più in gamba del previsto, i quali per l’occasione sacrificarono stantuffi e pistoni di tre dei trattori e della mietitrebbia salvandoci dallo zero assoluto quando già si cominciava tutti a congelare, tanto che per sopravvivere, in quelle prime interminabili 14 ore siderali, ci stringevamo l’uno ammassato all’altro creando con i corpi pigiati una sacca termica di resistenza a malapena sufficiente. I maldicenti riferirono che nel pigia pigia il signor Curato s’era dato da fare con Gina la Sarta, che effettivamente rimase in cinta ma non disse mai di chi. Peraltro quello non fu il solo bambino che dopo nove mesi da quelle fatidiche 14 ore venne alla luce.
Meteore nere ce n’erano in abbondanza lassù e il paese, attivata la centrale, fu salvo al calduccio, sempre illuminato e riscaldato a festa. La bolla d’aria imprigionata nella gravità del pallone creò atmosfera sufficiente per tutto il tempo. Fortuna che insieme al paese si era portata su un pezzo di bosco che faceva sempre nuovo ossigeno. Dall’acque di scarto (prima di espellerle nello spazio), per maggior sicurezza si ricavava altro ossigeno con l’elettrolisi e più precisamente con un congegno curioso fatto di botti, tubi, calamite e specchi messo in piedi dall’inglese insieme al farmacista e al falegname.
Vi erano poi, per fortuna, le meteore mangerecce. Non ci crederete, ma nel sistema solare vagano grossi sassi fatti di una specie di pasta farinacea commestibile di color bianco-rossastro, simile a pasta di ceci, che le donne del paese impararono a cucinare in mille ricette diverse ed appetitose. La campagna trascinata insieme al paese fu coltivata ad orto, e ci furono pomarole fantastiche su spaghetti dal sapore di ceci.
C’era lavoro per tutti e tutti assolvevano diligentemente ai loro compiti.
Io ero nella squadra meteore.
Non mi ero mai divertito tanto. Avvistavamo meteore di tutti i tipi, le selezionavamo, quindi le arpionavamo con dei lunghissimi rampini fatti di tubi preparati dal falegname, aste che si avvitavano un pezzo sull’altro formando pertiche lunghe fino a 7/8000 metri che sporgevano nello spazio. Se la meteora aveva il nostro stesso verso, praticamente ci affiancava come se fosse stata in corsia di sorpasso, di poco più veloce dell’Avventura, ed era uno spasso agganciarla in corsa, era come se un bombolone galleggiasse due o trecento metri sopra di noi e non ci restava che appigliarlo e tirarlo giù, quasi ci si restava male che non c’era la crema dentro. Se invece aveva rotta contraria o incidente, s’attaccavano e proiettavano nello spazio, magari dalla vetta del pallone, due lunghissime pertiche parallele che “alzavano” una grande rete e se l’oggetto era di piccola taglia ci rimaneva dentro come una quaglia. A volte la forza della meteora imprigionata nel retino gigante faceva sbilanciare l’Avvenura rispetto al baricentro di attacco al suo pallone, e allora si beccheggiava da poppa a prua per giorni e giorni.
Diventammo così bravi che riuscivamo ad intercettare interi gruppi di meteore a grappoli con un complicato labirinto di pertiche e reti issato per una decina di chilometri oltre l’Avventura e che noi chiamavamo “la tonnara”, costata venti “giorni” sestupli di lavoro al gruppo dei tecnici del pallone per essere predisposto quando si faceva man bassa di sassi cosmici tra gli anelli di Saturno.
La maggior carestia fu tra nettuno e plutone, quando per quasi 15 giorni sestupli non intercettammo una sola meteora commestibile e ci ricordammo dei polli, che non tornarono tutti e trentasei.
Certo, se ne intercettano di cose strane a giro per l’Universo! Durante il nostro viaggio cosmico ne abbiamo viste di tutti i colori.
Una nave pirata malese, spedita in orbita da un uragano nel mar della Cina, incappò nella tonnara e ci puntò contro le bocche dei cannoni. Per fortuna il fatto era successo tre secoli fa e avevano finito la polvere da sparo. I pirati veri eran già tutti morti di vecchiaia. I loro pronipoti in una lingua intraducibile ci chiesero se era sempre vivo l’odiato re del Siam. Quando capirono che eravamo Europei si rilassarono, ripararono le vele, scambiarono 6 tonnellate d’oppio con altrettante galline per garantirsi le uova e ripartirono per la loro strada.
Dopo Giove trovammo Eugilda, la donna cannone del circo Orfei sparata per sbaglio oltre l’atmosfera nel 1978. Da 24 anni vagava per il sistema solare a bordo del suo proiettile. Pesava all’origine trecentoventi chili ma dopo quasi cinque lustri di dieta cosmica si era ridotta a un figurino di appena cinquanta e ora si piaceva moltissimo. Arpionata e tirata giù dalla Squadra Meteore, s’innamorò subito del sig. Maresciallo, e il Curato ne celebrò le nozze dopo tre mesi con festa grande di tutta l’Avventura e si mangiò e si ballò per 10 “giorni” di fila e le 6 tonnellate si ridussero a quattro in una nuvola d’allegria dove perfino le mucche ballavano la samba.
Una volta ci passò a distanza un folto gruppo d’uccelli. Li vide per primo il vecchio Palestro, una gloria vivente dell’Arcicaccia così chiamato perché dicevano fosse veramente un reduce della famosa battaglia nelle file piemontesi, che in men che non si dica dissotterrò la vecchia colubrina da sotto il materasso è tirò giù con quattro precisi tiri di schioppo altrettanti serafini alati e paffuti. Lo stormo angelico, forse inviatoci in divino soccorso, si guardò bene dall’avvicinarsi oltre e si dette ad una prudente quanto disordinata fuga. Guardammo tutti con un’espressione di benevolo biasimo il vecchio Palestro, che si scusò dicendo che l’aveva scambiati per oche e che alla sua età la vista non è più quella. Che mira, però, la vista che non era più quella! Comunque fu a tutti chiaro che gli angeli non erano immortali e che il nostro pellegrinaggio cosmico ci aveva portati in prossimità del Paradiso, anzi forse stavamo per cascarci dentro, come in un grosso buco gravitazionale (il grande Buco Bianco!) risucchiati per l’eternità.
Che trambusto! Con le campane a martello il Curato convocò un’assemblea plenaria in chiesa che tutto il paese affollò.
La prospettiva di cascare dritti in paradiso non convinceva nessuno, men che meno il Curato, ormai legato more uxoribus a Gina la Sarta. Bretella preferiva passare i pomeriggi a giocare a briscola piuttosto che a cantar laudi e salmi – disse proprio così, laudi e salmi – e Palestro, dopo che aveva fatto fuori i serafini, aveva una fifa boia di presentarsi lassù. Ma anche tutti gli altri avevano maturato, laggiù sulla Terra, le loro buone ragioni per ritenersi sgraditi agli angeli. La decisione di scansare almeno da vivi il Paradiso fu presa all’unanimità. Eugilda si offrì volontaria e fu sparata con il suo obice nella direzione opposta con tutti i razzi di fortuna possibili. L’obice era collegato stavolta al pallone da una lunghissima catena d’acciaio, e spostò la curva gravitazionale dell’Avventura quanto bastava per paraboleggiare a ritroso sulla via del ritorno. Quindi la catena, l’obice e l’eroina furono recuperati a spinta riuscita.
Poi ci fu quella volta che incontrammo una Cometa.
Era bellissima, bionda, occhi verdazzurri, aveva più curve della statale per l’Abetone e un seno da favola, ce ne innamorammo tutti. Gli scienziati sulla Terra non capiscono proprio un acca descrivendole come grumi di ghiaccio che vagano svaporando code nel vento solare. Non sono che sirene astrali, bellissime, viventi, gigantesche certo, ma anche assolutamente sexy! La coda è come quella delle sirene, appunto, a coda di pesce, ma è coperta con i lunghissimi capelli biondi, dai quali si intravede appena ciò che nemmeno alla redazione di Playboy si immaginano. Un visetto – 481 metri di diametro - ingenuo e delicato dove erano incastonati due occhi di giada, intensi, profondi, che suscitavano una rivoluzione ormonale in tutti gli esseri di sesso maschile. Ernesta, la nostra cometina si chiamava così, era simpaticissima, raccontava storie incredibili di pirati siderali e mondi sublunari intorno a Giove abitati da ragni giganti che giocano a baseball, conosceva un sacco di barzellette nuove su Berlusconi che gli avevano raccontato alla fiera di Plutone, scherzava e rideva con una risata ilare e squillante che era la quintessenza dell'allegria. Aveva per noi un sacco di attenzioni, ci riassestò perfino il pallone ribaricentrandolo con una carezza di coda, fece fare un giro sulla sua chioma a tutti i nostri bambini. Vagava nuda e sola, come tutte le comete, in attesa di incocciare il suo astro, simpaticissima e dolcissima, e poi quelle due tette fantastiche, veniva voglia di sposarla. Quando dopo una settimana ripartì per la sua orbita, gli uomini di tutta l’Avventura, compresi i vecchi e i bambini, piansero a lungo di un pianto sincero e genuino, disperato e singhiozzante, come quello dei vitelli al macello, di pura disperazione e suprema infelicità. Io stesso rimasi per giorni col fazzoletto in mano e gli occhi umidi a balbettare “Ernesta, Ernestina….”
Un giorno tutta l’Avventura venne avvolta da una nube di polveri fini ed umide, una vera e propria nebbia siderale, che in tre ore diventò fitta, ma così fitta, ma così fittà che camminammo tutti a tentoni nel buio più completo poiché non ci si vedeva da qui a lì. Ci dovevamo muovere a tasto, come fossimo tutti ciechi. Furono giorni di gloria per il Curato, che in prossimità di ogni ragazza si trasformava nella dea Kalì, tastando marciapiedi sporgenze e davanzali come il più prudente dei nonvedenti. Ma in quella nebbia misteriosa succedevano le cose più strane, vedemmo vagar per il paese le sagome appena intravedibili di animali d’ogni foggia ed epoca e dimensione: elefanti mammut dipodocli cammelli oranghi orsi centauri pipistrelli ippopotami e allosauri ci sfioravano con le loro sagome nella nebbia più fitta senza peraltro che riuscissimo a toccarli mai. Ricordo che raggiungevo a tentoni il circolo della piazza quando fui sfiorato nella nebbia dalla sagoma di un collo enorme, lungo tre metri, e da sopra il collo si chinò verso di me la testolona enorme di una giraffa, il cui muso vidi benissimo, distinguendo perfino il colore della pelle, e gli occhi, e le corna. La testa con i suoi labbroni mi addentò la manica della giacchetta come fosse stata una scorza di acacia e se ne mangiò sei brandelli, salvai il braccio per miracolo e me la detti a gambe, ma ancora non ho capito dove avesse il corpo e le zampe perché io ero sul piano strada e la giraffa a quel livello aveva solo il collo. Comunque ci rimisi la giacchetta. Gigi il macellaio giurò di aver visto passare quattro enormi zampe di elefante senza il corpo e la testa, da sole, proprio nel vicolo traverso dove ha la macelleria, e per di più in fila indiana. Il maresciallo andò a controllare le scorte d’oppio custodite sotto chiave, ma erano ancora lì. Il Vicesindaco giunse tutto trafelato giurando e spergiurando di essere stato aggredito da un orso cioè solo dalla testa e dalle zampe anteriori di un orso privo di corpo e posteriori. Che solo grazie al tempestivo intervento dello schioppo di Palestro era riuscito a cavarsela. Andammo a controllare, la testa stecchita dell’orso era sempre lì, delle zampe anteriori nessuna traccia, ma impronte di zampe e unghioni d’orso in fuga dappertutto. In fuga nel senso che come ci videro arrivare con Palestro, le impronte scapparono via, saltellando all’impazzata come ranocchi spaventati. Non ci si capiva più nulla. Qualcuno giurò di aver intravisto ragni giganti come palazzine giocare a baseball.
Quando alla fine la nebbia si diradò, la campagna intorno sembrava un cimitero degli animali, ossa e scheletri vertebrati ovunque, ma non un solo pezzo di animale vivo. Bruciammo le ossa nella caldaia tranne che un enorme scheletro intatto di mammuth che fu montato e posto eretto in piazza come fosse la sala di paleontologia di un museo. La prima volta che la banda, dopo la nebbia, riprese le serate danzanti, lo scheletrone di mammuth con meraviglia generale si mise a ballare il tango. Col caschè. Cascò infatti alla cadenza finale su se stesso in un fragoroso cumulo di ossa. Troppo stregato, decidemmo di bruciare anche lui, con buona pace della scienza paleontologica.
Come teorizzato dalle effemeridi dei nipoti di Ghigno e del Vicesindaco, l’Avventura concluse puntuale la propria orbita di ritorno verso la Terra. Venne il giorno che rivedemmo la Luna e l’Oceano Pacifico dietro di quella su un pianetino azzurro.
Ci fu grande eccitazione, si tornava finalmente a casa. L’inclinazione dell’orbita di rientro era morbida abbastanza da consentire in reinserimento non traumatico nella gravità terrestre. Una volta lì, anche l’inglese era d’accordo che sarebbe bastato sgonfiare gradualmente il pallone e riappoggiare l’Avventura graziosamente al suolo, magari proprio da dove era partita, ma per non rischiare di sbagliare manovra e schiacciare magari Pontepietro o San Marcello, in luogo delle montagne pistoiesi saremmo scesi nel deserto di Gobi.
Tutto era pronto, già la Luna ci mostrava la sua brufolosa faccia nascosta, che secondo me non ci fa mai vedere perché si vergogna, tuttavia c’era un clima strano, quasi triste, tra tutti i protagonisti dell’Avventura al termine serpeggiava un inespresso disagio che li teneva taciturni, chi a fissar la terra in basso, chi a far sospiri, chi a tossicchiar nervoso. Nessuna euforia, nessuna ansia di ritorno, nessun entusiasmo. Finchè il vecchio Bretella esclamò: “ ma si deve tornare per forza laggiù? A fare il vecchietto parcheggiato in carrozzina?” “…Non s’è ancora visto Venere, e Mercurio...” disse Ghigno. Il Curato, anche lui poco desideroso di tornar laggiù e render conto al suo Vescovo di quanto era successo fra lui e la Sarta, convocò tutti in chiesa in una gremita assemblea…l’eccitazione era pari al giorno del decollo, c’era l’elettricità e la tensione delle decisioni irripetibili.
“Diciamocela onestamente, figlioli. Chi ha voglia di tornar laggiù alzi la mano”.
“Io sono per continuare il viaggio”
“Torniamo da Ernesta”
“si, da Ernesta!”
“Noi bambini non vogliamo tornare a scuola, quassù possiamo giocare sempre”
“ma chi ce lo fa fare?”
“io sono cassaintegrato, non voglio tornare a farmi integrare in una cassa”
“io ho lasciato laggiù moglie e suocera, che ci restino per carità”
E venne fuori un vocìo, un baillame, vi potete immaginare, con tutti che si parlavano addosso, e per tutti era giusto ritornare, magari per i parenti che però magari si eran già divisi le eredità, magari per gli amici sì, ma poi quali amici, insomma nessuno ne aveva davvero voglia, anzi in definitiva quel mondo di stress, incidenti stradali, disoccupazione, solitudine, cambiali, televisori, inflazione, campionati di calcio e carobenzina non attirava proprio nessuno.
Eravamo felici, sull’Avventura, il Mondo con tutti i suoi problemi quotidiani non ci attirava più.
L’Inglese, col carbone e la pirite, preparò in tempo di record due enormi razzi.
Disse: “guardate però che non sono sicuri, potrebbero deflagrare distruggendoci tutti, sorry”.
Ma in trenta secondi fu presa la decisione unanime di spararli comunque e subito. Con due spari di fulmicotonica possenza i razzi, pilotati dall’instancabile Eugilda, furono indirizzati verso la libertà. Sfruttando la gravità lunare e gonfiando la mongolfiera a più non posso siamo effettivamente riusciti a non lasciarci intrappolare per sempre dalla gravità terrestre. Ora stiamo festeggiando con altre due tonnellate di oppio e le mucche stanno di nuovo ballando la samba.
Mi è stato dato l’incarico di scrivere questo breve resoconto e di buttarvelo laggiù, in questo plico antiattrito che vi abbiamo catapultato verso le montagne pistoiesi. Con l’occasione comunichiamo le dimissioni del Vicesindaco e di Gigi il macellaio dal Consiglio Comunale, e il sig. Curato informa la Curia della sua impossibilità a proseguire i propri doveri ecclesiali al presbiterio della cattedrale. Salutiamo tutti gli amici e soprattutto i parenti che ancora ci dovessero ricordare (quantomeno per gli appetiti ereditari che però dovranno temporaneamente acquietare non essendo affatto defunti come qui con la presente attestiamo anche in termini legali grazie al sig. Vicesindaco che di professione è Notaio). Salutiamo e proseguiamo verso Venere.
Stateci bene.
(seguono firme, autentiche ai sensi di legge).
RE ARTÙ E QUELLA VOLTA CHE IL SOLE SORSE DA OCCIDENTE
Era l’alba. A Chamelot quella mattina il gallo schicchiriccava da alcuni minuti come un ossesso. Re Artù, ancora intorpidito nel dormiveglia, non si capacitava ancora di dove fossero i suoi pensieri, se nell’ultima dolcezza del mondo dei sogni o nella prima violenza della realtà quotidiana, incerto e confuso in quel delicato istante del risveglio in cui dolcezza e violenza si sovrappongono completandosi a vicenda.
Tuttavia percepiva la sensazione più che certa di un disagio concreto seppur ancora non bene identificato e in attesa del progressivo connettersi del suo cervello con i sensi, si rassegnava passivamente alla brutale sacralità del risveglio, quello scorrere liquido della Vita che scendendo all’alba nelle membra dà loro la consistenza del quotidiano; brutale, almeno, per chi veniva da una notte regale con la bella Ginevra. E da Ginevra agli affari di governo, secondo Artù, la differenza c’era, eccome se c’era
Fu solo dopo il terzo sbadiglio, degno di un mammuth, che Artù comprese che c’era un gran casino fuori, urla, voci, la campana dell’adunata della guardia e un gallo in crisi isterica, che più che dei chicchirichì pareva emettere gli squilli finali dell’Armagheddon, e poi - caspita! – non tornava l’ombra. Poh, poh, pofforbacco, questa sì che era bella, si era sfasata l’ombra! Si era abituato ogni primo mattino, nel familiare gesto del pigro allungarsi in stiracchiamento dell’avambraccio, a vederne l’ombra alla sua destra, sulla parete ovest della regal camera, e quella sagoma era ormai divenuta il buffo quanto rituale inizio della giornata, con i soliti giochi d’ombre cinesi che lo impegnavano nel cigno, nel coniglio o nel profilo aquilino di quell’idiota di ser Lancillotto e infinite varianti a due mani: Lancillotto che si scola una pinta di birra, Lancillotto che si scaccola, Lancillotto al cesso. Specialmente il paladino defecans, con adeguata mimica ponzante, lo riempiva di bonficchiante buonumore, sufficiente per ammortizzare le inevitabili incazzature dei mattutini affari di governo. Ma – caspiterina e poppoffarre! – quella mattina niente ombra sulla parete, e sì che il sole era già alto.
Artù con un balzo si precipitò dal letto alla finestra a veder che fosse mai questa novità e urlò alla folla che rumoreggiava nella corte il suo sterentorio e regale: “kekkà zzocèssi pòssa péresta mani?”.
La folla si congelò in un terrorizzato silenzio con un bell’effetto teatrale alla “zitti ecco il capo”.
Artù si rasserenò in cuor suo pensando che era ancora il re (sempre nel proprio intimo stupendosi che tenessero un cialtrone come lui a comandare un tanto nobile regno) quindi aggiunse con un elegante timbro da tricheco idrofobo con gli occhi iniettati di furore regio: “Merliiinooo, …allora?”.
Il vegliardo rispose, indicandolo: “Vostra Grazia, il sole!”
Artù si voltò al cielo ma sul principio non realizzò l’evidenza (secondo tradizione) quindi rivolto a Merlino, disse “…embhè?” e Merlino rispose imbarazzato (non si sa se imbarazzato per l’evidente figuraccia di non previsto come veggente tanto sbalorditivo evento o se imbarazzato nell’aver per sovrano un tanto conclamato idiota): “Sire, … è sorto da ovest”
“Poh poh pofferbacco!” bonficchiò Artù, dopo aver realizzato la posizione occidentale del sole, e convocò il Gran Consiglio. Perché se c’è una tragedia all’orizzonte di Chamelot, state pur sicuri che si convoca il Gran Consiglio. Che di per sé è “La Tragedia”, così i conti tornano: tot tragedie, tot Gran Consiglio, il cataclisma peggiore del quale in quel nobile reame si abbia mai avuta notizia. Dieci minuti dopo erano tutti riuniti alla Tavola Rotonda.
-Allora, che cosa significa? – domandò il Re.
Seguì un imbarazzato silenzio, destinato però a durare poco e a lasciare presto il posto ad un graduale vociarsi addosso in un fiorire di posizioni antitetiche e di proposte fantasiose che poi sarebbero inevitabilmente sfociate nella rissa generale (secondo tradizione) e ci fu un dibattito più o meno così riassumibile:
- non sappiamo, Sire, a parte che non era mai successo prima…
- sembrerebbe nulla sia cambiato: stessa luce, stessi raggi, stesso calore…
- è possibile che stasera tramonti ad Est e poi tutto ritorni come prima.
- ma no, io dico che è cambiato tutto, invece, e che l’ovest è divenuto est, e che l’est è divenuto ovest, cioè che l’est e l’ovest permanentESTmente mutossero.
- E se anche fosse così, che cosa cambia? Il nord e il sud sono sempre al loro posto, l’acqua scorre sempre verso il mare e le galline fanno sempre le uova, non c’è nessuna conseguenza su nessuna attività di questo regno, umana animale o vegetale che sia. Non c’è di che preoccuparsi.
- Ma sì, se il sole ha bisogno di una sgranchitina sono affari suoi, avrà fatto una scappatella con la Luna, stanotte, e non ha fatto in tempo a rientrare al lavoro, domani sarà tutto come prima.
- Egregi colleghi e paladini del Consiglio, mi faccio sempre più convinto di essere circondato da una massa di idioti, ma possibile che non vediate quanto sia strabiliante questo segno del cielo? E cosa possa suggerire al popolo?
- Che c’entra il popolo?
- È vero, se per il Cielo l’est può divenire ovest allora per la Terra gli agnelli potranno divenir leoni e gli ultimi, come sta scritto, diventar primi, e i ricchi poveri e i previlegiati perder i previlegi e gli assetati di giustizia saziar la sete col sangue degli sfruttatori.
- Cioè il nostro.
- Odiio oddio, la rivoluzione!
- Vorranno giustizia e ci faranno fuori tutti.
- Addio tornei di golf e esenzioni dalle tasse.
- Dovremo lavorare e sudarci il pane.
- Terribile, spaventoso!
- Niente panico, fronteggiamo la rivolta!
- Egregi colleghi, egregi colleghi!
- Eh, eh, non esageriamo!
- Io non ci vedo nulla di così strano: da ovest è uscito ieri sera e da ovest è rientrato stamattina. Si è semplicemente accorto che è più comodo così.
- È vero, io questa storia che tramonta da una parte e sorge dalla parte opposta non l’ho mai capita.
- Già, è come se un aquila che è scomparsa in cielo verticalmente sopra di noi riapparisse sbucandoci sotto i piedi da sotto terra.
- Ma allora siete proprio scemi! Sorge da est perché la terra è rotonda e gira.
- E tu come fai a saperlo, l’hai girata tutta e poi sei ritornato in questo buco di reame a raccontarcelo?
- Lo so perché me lo ha detto un amico scienziato.
- Ma se anche Merlino dice che è piatta!
- Io non ho detto nulla, non ho ancora dati sufficienti per protendere per questa o quella ipotesi, anche se secondo Aristotele…
- Puà, la scienza!
- Chi sarebbe questo Aristotele, il cane pulcioso del nostro arcivescovo?
- Il più scemo dei miei cani è meno stupido di Voi, sir
- Già, e di sicuro parla meglio di quel cafone.
- Cosa c’entra questo con la Terra rotonda?
- Io dico che è piatta, invece.
- Piatta sì, come la tua testa!
- Come osi, fellone.
- Vecchio rincitrullito.
- Te la faccio ingoiare, tonda o piatta che sia.
- Provaci.
La rissa stavolta fu ferocissima, durò più di due ore, e vide tutti i paladini contro tutti, arcivescovo incluso (secondo tradizione), fra morsi, testate e sberle, finchè Lancillotto non riportò la serenità del dibattito riuscendo a stenderli tutti con un imperioso spargimento di lividi.
Per quel giorno decisero di prender tempo ed approfondire la conoscenza dell’evento. Ma c’era ansia fra i paladini e tensione tra il popolo. Il sole continuava la sua marcia alla rovescia e passato mezzodì prese a declinare garbatamente verso oriente. Ormai era certo che sarebbe tramontato a est, ma il giorno dopo che sarebbe successo? Da dove sarebbe nato? Digressione passeggera o rivoluzione cardinale? E soprattutto, che voleva dire questo potento? Un potente incantesimo? Ma chi mai avrebbe osato sfidare il regno di Merlino e di Artù? Un rivolgimento celeste? Ma come mai nemmeno l’arcivescovo e il papa ne sapevan nulla? La fine del mondo? Ma se non s’era ancora nell’anno mille! Insomma, non ci si capiva nulla, ogni ipotesi era plausibile.
Accompagnarono il tramonto verso est e aspettarono che si levasse la luna per vedere se anche lei fosse in aria di cambiamenti, finchè Merlino alle undici di sera non informò tutto il reame che quella era la sera del novilunio, distribuendo di “imbecilli” a destra e a manca, che perciò non sarebbe sorto un bel niente a parte le stelle, le quali sembravano venir per la parte giusta, ma del resto anche la sera prima erano sorte normali e per contro il sole aveva fatto quello che aveva fatto. Per tutta la notte non chiusero occhio, dibattendosi tra insoluti e ansiosi dilemmi.
- Che ne pensi, Merlino? – chiese Artù quando la notte rasserenò gli animi e concesse tregua alle ansie. Sotto di loro le lucciole e i grilli allietavano quella che era una piacevole e serena nottata, come poche se ne poteva godere nelle estati di Chamelot – La fine del mondo? l’inizio della rivolta? Il ribaltamento delle gerarchie? Il sovvertimento delle tradizioni? O una semplice buffonata del Sole?
- non so, Artù, credimi, non so. Per la fine del mondo è troppo presto, e le rivolte non vengono mai dal Cielo ma dalla Fame. Le gerarchie, mah, forse, ma non mi quadra tanto: perché solo l’ovest, e il nord e il sud fermi al loro posto?
- …azzarderei… un rimpasto parziale prima delle elezioni anticipate?…
- No, no, la Geografia non ha governi, non mi quadra, e anche le tradizioni, a parte oggi il sole, son tutte al loro posto. Il Sole piuttosto. Era in congiunzione con Venere, forse si è davvero concesso una scappatella e non ha fatto in tempo a ritornare a casa.
- Poh, poh, poh, congiunzione hai detto? In che senso? possibile che…ahum ahum, eh?
-Congiunzione astrale, Artù, solo astrale, ma niente vieta, voglio dire, intendimi, che ne sappiamo noi degli astri, di come son fatti, delle loro passioni, emozioni…magari fra nove mesi ci nasce un pianetino nuovo che assomiglia a Venere, ecco tutto.
- Già, magari!
- Comunque io non mi preoccuperei.
- Che vuoi dire?
- Gli astri sono oggetti strani, sempre pieni di bizzarrie: pianeti con gli anelli che non si sa quando si sposano, eclissi con soli e lune che scompaiono e ricompaiono, stelle fisse, stelle mobili, ogni tanto ne appare una con la coda, cometa, poi va via e non si rivede mai più, magari un giorno ne spunterà una con gli zoccoli…Riflettici attentamente, a parte il sole anche oggi è stato tutto come prima.
- Cioè?
- Cioè le massaie han fatto il pane, gli uccellini il nido, i gatti han dato la caccia ai topi, i giovani si sono amati, i vecchi si sono lamentati, i preti han detto messa e l’arcivescovo si è fatto la badessa, il ciambellano le ciambelle, il pastore le pecorelle…che il sole da est vada verso ovest o viceversa, sale comunque verso il mezzodì e poi ridiscende, manda lo stesso la luce e gioca lo stesso con le nuvole. No, credimi vecchio e isterico amico di mille battaglie, da est o da ovest, per sempre o a giorni alterni, per noi non cambia proprio nulla, io resto Merlino e tu resti Re Artù di Chamelot.
-Poh, poh, poh. – bonficchiò Artù – forse hai ragione. Ma se invece fosse davvero la fine del mondo?
- Anche in quel caso, dimmi, potremmo farci qualcosa? – aggiunse pacato Merlino – a parte, naturalmente, godersi quel che resta della notte prima dell’eventuale catastrofe, m’intendi?
Re Artù abbracciò Merlino come se fosse un addio per sempre ma scaramanticamente sicuro di doverlo ancora sopportare l’indomani e il giorno di poi e il giorno di poi ancora e detto questo piantò in asso le ansie per il Sole e andò dalla sua bella Ginevra. Stette sveglio ancora un bel po’. S’addormentò sudato e contento che era quasi l’alba, disinteressandosi di dove sarebbe sorto il capriccioso astro. Che la mattina dopo nacque regolarmente da est, secondo tradizione, e tutti tirarono all’alba un sospiro di sollievo.
Dopo nove mesi non ci furono nuovi pianeti in cielo.
Ma a Chamelot fu festa grande per la nascita del primogenito del Re.
UN REFERENDUM A GRAN CAZZONIA
C’è una volta… c’era, diranno subito i miei piccoli lettori, e invece no, c’è… dunque, c’è una volta un paese strano, abitato da uno strano popolo che si era dato leggi ancor più strane. Un paese dove i truffatori governavano e gli onesti andavano in galera, dove gli evasori venivano condonati e i contribuenti spremuti, dove gli affamati erano diffamati, dove agli assetati di giustizia le davano a bere grosse, dove i ladri e le prostitute entravano prima degli altri, non nel Regno dei Cieli, bensì in Parlamento. Un paese insomma dove se le malefatte riuscivi a combinarle grosse, ma davvero grosse, ma immensamente grosse, e magari eri anche scemo, nano e bugiardo, allora ti facevano Presidente del Consiglio. Questo paese era la repubblica di Gran Cazzonia.
Un giorno, nella repubblica di Gran Cazzonia tennero un referendum: “volete avere un chilo di cioccolato o l’amputazione della gamba?”
Il risultato sembrava scontato, i promotori erano già sicuri di aver conquistato al Governo un chilo di cioccolato pro-capite.
Ma se c’è un paese dove mai nulla deve essere dato per scontato (nemmeno ai saldi), quello è proprio Gran Cazzonia.
I venditori di protesi sanitarie erano nella maggioranza di governo, avevano da poco vinto le elezioni partecipando ad una variegata coalizione di spergiuri, chirurghi e becchini, e esprimevano il ministro alla sanità dott. Ancastorta, noto imprenditore fabbricante di stampelle, il cui motto era: zoppare meno, zoppare tutti.
Quel referendum colpiva chiaramente i suoi interessi politici e patrimoniali.
Che fare? Il quesito referendario era di quelli chiari ed (ahimè!) comprensibili da parte dell’opinione pubblica. Insomma, tra un chilo di cioccolato ed una gamba in meno, tutti, ma proprio tutti, erano per il cioccolato.
Ancastorta però convinse i chirurghi al fronte dell’astensione e si affidò ad una abile propaganda. Astenetevi dal cioccolato, sembra dolce, ma è salato, fa venire il colesterolo e la pressione alta, e forse anche il raffreddore e l’impotenza. Quelle tavolette sono veleno! Volete mettere con una salubre corsetta a piedi con una buona protesi agli arti inferiori? La salute prima di tutto!
Coniarono uno slogan, o golosi o virtuosi, e fu propagandato all’ossessione su telegiornali e 6 televisioni di Stato, tutte in mano governativa, dove lo spot anticioccolato andava in onda ogni 10 minuti, e non di più a causa della par condicio. Solo sugli altri telegiornali lo spot poteva essere trasmesso ogni 5 minuti, quelli non statali delle televisioni indipendenti, che una recente legge sul pluralismo aveva concentrato nelle mani del Presidente del Consiglio (grande amico di Ancasorta) per evitare che spregiudicate opposizioni accedessero ad un uso distorto della libera informazione.
A una settimana dal referendum già la gente intervistata si vergognava a optare chiaramente per il cioccolato, aveva paura di passare per golosa, paura nel senso che l’intervistatore governativo era sempre accompagnato da tre o quattro oranghi dei servizi sanitari, in camicia nera, muniti di nodosi manganelli per la profilassi anti-colesterolo, e le legnate erano assicurate.
Nelle famiglie si sussurrava che forse era meglio non votare, che era meglio non esporsi troppo con tanto democratico zelo, non si sa mai. E poi mica si poteva essere demodé davanti a quegli spocchiosi maligni dei vicini di casa!
Così la gente non volle passare da golosa e votò per le protesi, e col beneplacito della sovranità popolare si amputarono le gambe di una intera nazione.
Tempi d’oro per i chirurghi! Finchè a un certo punto finirono le protesi. Nemmeno nell’azienda di Ancastorta si riusciva a produrre stampelle con operai monogamba. E monogamba rimase l’80% della popolazione che, priva di protesi, non potè più camminare. Poi finirono i farmaci, le garze ed i lacci emostatici. Il 90% degli abitanti di Gran Cazzonia morì dissanguato.
Il fetore delle carni amputate invase il paese, un tanfo orribile di idiozia putrefatta.
Un bimbo agonizzante chiese al padre che stava morendo: ma perché al referendum hai votato per le protesi? E il padre, con l’ultimo rantolo di voce, rispose: ma che, mi hai preso per un goloso?
DON IGNAZIO E LA STATUA DELLA MADONNA
Era l’alba di un lunedì di ottobre quando don Ignazio si affacciò dalla finestra della sua canonica per respirare la fredda bruma del mattino, come quando, bambino, dalla finestra padana delle sue contadine origini, respirava la nebbia fredda con consumata apnea, e gli sembrava così di rubare all’aria quell’umido elemento che inzuppava ogni cosa di quell’ambiente e forse impregnava tutto il mondo e la stessa vita, e persino nei rintocchi del campanile e nel muggire delle mucche si poteva riconoscere, vivida e reale, … la nebbia!
Era allora convinto che l’alito fresco di Dio dal cielo si stendesse pietoso sulla pianura per coprirne le nudità e le miserie, manifestando agli uomini la pochezza delle cose terrene per ispirarli alla grandezza celeste, e da questa nebbiosa epifania traeva forse origine la sua vocazione. Ma erano passati ormai sessant’anni da quando aveva cominciato a combattere la sua infinita battaglia dalla parte del Cielo, e ne sentiva ormai tutto il peso.
Quella mattina tuttavia don Ignazio non aveva certo spalancato la finestra sui ricordi, che gli era ormai impossibile rivivere quelle agricole sensazioni da quando era stato assegnato (trent’anni fa) a quella parrocchia di periferia suburbana brianzola, dove perfino la chiesa era una vera e propria catastrofe cementizia, riadattamento spettrale di un vecchio opificio, assediata da palazzine fatiscenti, brulicanti di famiglie operaie e praticamente senza Dio o comunque poco interessate all’aldilà.
S’affacciò invece sul presente, sullo smog untuoso e maleodorante in cui era decaduto il mistico alito divino dalle parti di Milano, che più che nebbia era ormai fumaggine densa ed oleosa, il rutto di un Divino evidentemente malato di gastrite, ormai incapace di ispirare alcunché.
Avendo inaugurato il giorno prima la nuova statua della Madonna, don Ignazio quella mattina voleva godersene dalla finestra l’effetto. Sì, perché ormai anche l’infinita battaglia dalla parte del Cielo era degenerata in una quotidiana e insidiosa guerriglia, da don Ignazio ingaggiata non senza sconfitte, contro l’indifferenza religiosa, trent’anni di prima linea che lo avevano visto impestare il popoloso quartiere con tabernacoli, statuette, immagini sacre, cappelle e iscrizioni mariane in uno sproporzionato proliferare di richiami mistici verso un Trascendente che non disdegnava però di materializzare soluzioni terrene assai concrete e percepibili, come i ciclopici murales sulla passione del Cristo (veramente tremendo quello di 12 metri per 6 dipinto con straordinario sofferente realismo sulla scuola materna parrocchiale delle Ancelle del Sacro Cuore Agonizzante di Gesù), o i materialissimi stendardi pubblicitari appesi ai lampioni per reclamizzare le funzioni domenicali, dove una specie di Santa Trinità nazista (con la croce vagamente uncinata) ogni cinquanta metri di corso Gramsci ordinava perentoriamente ai disorientati conducenti: “prega!” E la sua ultima impresa era stata appunto la statua esterna della Madonna.
L’aveva fatta collocare nel giardino della canonica proprio sotto le sue finestre, a lato della strada pubblica principale del quartiere, da questa separata solo da un basso muretto, acciocché quei senza Dio dei suoi parrocchiani dovessero ogni mattina, recandosi al lavoro, sbattere necessariamente lo sguardo sulla sacra figura, una superba Madonna a grandezza naturale (su un piedistallo di tre metri), devotamente ammantata con gli occhi fiduciosi al cielo e le mani giunte in preghiera, nitida affermazione di fede da opporre alla distrazione mattutina della masse operaie i cui pendolari pensieri si dimostravano pervicacemente allergici alla preghiera nonostante gli stendardi pubblicitari e pericolosamente inclini a perdersi, ancora incerti nel sonno, in mille terrene preoccupazioni, affitti, bollette, precariato, cassa-integrazione e caro-benzina.
Aprì così la finestra per vedere l’impatto della statua sui passanti e per poco non gli venne l’infarto.
La statua era stata nella notte sostituita con un altra, sempre a grandezza naturale, raffigurante una Madonna punk con tanto di piercing al labbro e creste ai capelli, con ombelico nudo sotto un giubbotto che a malapena le copriva il seno e pantaloncini cortissimi che lasciavano due irriverenti cosce troneggiare fuori dagli stivaloni di pelle, anelli ed orecchini da rockstar, lo sguardo tutt’altro che rivolto al cielo e le mani tutt’altro che giunte.
Non ci si poteva sbagliare, era certamente un sacrilego scherzo ignobilmente perpetrato nella notte dai giovinastri anticlericali del dirimpettaio centro sociale, o almeno così pensò don Ignazio, certamente con la complicità di tutti gli abitanti di quel quartiere di senza Dio. Ah, ma questa volta gliela avrebbe fatta pagare cara, oh sì!
Nel giro di due ore la statua sacrilega venne rimossa e demolita, ne venne ordinata un’altra che fu consegnata in settimana in tutto identica alla prima e fu avvertita la Curia, che avvertì il Sindaco, che avvertì il Prefetto, che incaricò per le indagini i Carabinieri, che interrogarono 43 persone, tutti i ragazzi del centro sociale, senza venire però a capo di nulla.
Don Ignazio era furente e per la messa della nuova inaugurazione, la domenica seguente, obbligò alla funzione perfino i ragazzi del centro sociale, a pena di denuncia formale contro ignoti, e nessun parrocchiano, praticante o non, osò esimersi, compresi 7 sciiti e 18 indù residenti nel quartiere (miscredenti indiziabili di sacrilegio e perciò caldamente consigliati a non mancare), presenti nei loro costumi tradizionali.
Il sagrato fu gremito da oltre 10.000 anime rassegnate, si scomodò perfino l’Arcivescovo e il coro intonò la messa solenne extralunga con tanto di banda. Gli operai del Comune collocarono sul piedistallo la seconda statua che un esercito di chierichetti asperse di abbondante incenso con incensieri caricati a fumogeni da stadio e le prime dodici file di personalità furono offuscate dalla nube tossica con svenimenti plurimi, la moglie del Sindaco starnutì come un tricheco tisico per almeno mezzora, ma non osò alzarsi dal suo posto, e si sarebbe ricordata a lungo il tanfo d’incenso marcio che stazionò sul quartiere per le successive due settimane.
Ma quando durante l’omelia dell’Arcivescovo, la nebbia incensoria gradualmente diradò restituendo alla vista la nuova statua, le coronarie di don Ignazio ebbero un altro duro colpo: la statua di gesso si era nuovamente tramutata in una Madonna punk, stessi piercing, stesse creste, stesso look, e perfino un sigaro nella mano destra, sempre di gesso, ma che mandava fumo di tabacco.
Ci fu un baccano infernale, la funzione fu sospesa, i giovani del centro sociale applaudirono, molti parrocchiani sghignazzarono, si pensò ad un abile azione organizzata dei Disobbedienti, a un sabotaggio di Greenpeace, forse la nube d’incenso era un pretesto usato da chierichetti collusi con gli Anarchici Antagonisti, qualcuno ipotizzò trattarsi di un attentato delle Brigate Rosse, qualcuno giurò che gli sciiti presenti erano dei terroristi infiltrati e si aspettava da un giorno all’altro la rivendicazione per videocassetta di Bin Laden.
Ma l’Arcivescovo e don Ignazio, che erano sempre stati lì, a un metro dalla statua, con gli occhi puntati proprio sul piedistallo, sapevano bene che non si era avvicinato nessuno. Stesero formale denuncia contro ignoti per vilipendio alla religione di Stato, poi la sera, in gran segreto, aiutati da un manipolo di guide scouts dell’A.g.e.s.c.i. assolutamente fidate, trasferirono la Madonna punk e don Ignazio in curia, presso l’Arcivescovo, che voleva ormai vederci chiaro.
Quella notte l’Arcivescovo ebbe un sonno agitato, molto agitato, fu svegliato di soprassalto alle tre dalle urla disperate di don Ignazio, che accanto alla statua di gesso piangeva in preda all’isteria: la statua bianchissima e immobile della Madonna punk si era messa a fumare la pipa, che impugnava sempre con la destra, una immobile pipa di gesso che mandava però un ottimo fumo di tabacco aromatizzato alla vaniglia, il preferito di don Ignazio, accanito tabagista. Con la sinistra reggeva invece un altrettanto gessato ed immobile fiasco di Chianti, scolato per oltre metà, il turacciolo di gesso bianco sputato a terra, come era avvezzo fare l’Arcivescovo (originario di Firenze e grande estimatore di malvasia). E nel fiasco di gesso immobile il vino c’era davvero. Lo stesso Arcivescovo, sbigottito, constatò il fatto miracoloso e poi, sempre più trasecolato, staccò alla statua il fiasco e se ne servì uno sconsolato bicchiere, offrendo il secondo al povero don Ignazio. Quindi telefonò nel cuore della notte a Roma.
Dal Sant’Uffizio alle cinque del mattino confermarono che una qualsivoglia immagine della Madonna, in quanto simulacro della Madre di Dio immacolatamente concetta, mai avrebbe potuto essere intaccata e nemmanco scalfita da presenza demoniaca ovvero maligna, che pertanto ogni evento soprannaturale connesso con statue e/o immagini della Madonna era per certo da attribuirsi immantinente all’Opera ed alla Volontà Divina. Tuttavia scolarsi una fiascata di Chianti appariva un evento incerto e bisognoso di immediato accertamento teologico, anche perché l’Arcivescovo attestava telefonicamente al Sant’Uffizio che di vino buono così non ne aveva mai assaggiato, ed il Sant’Uffizio conosceva bene l’esperienza dell’Arcivescovo, una vera autorità in materia etilica. Ma se il miracolo del buon vino poteva inserirsi nella più solida tradizione teologica con riferimento alle nozze di Caana, la faccenda del tabacco e del look punkettaro era cosa mai prima cognita.
La mattina dopo arrivarono da Roma quindici guardie svizzere in borghese che caricarono in gran segreto la Madonna punk e la trasportarono in Vaticano. E qui successe veramente di tutto.
La statua della Madonna punk beveva come una spugna e fumava come un turco, facendo impazzire tutti i teologi e gli esegeti convocati dal Collegio Cardinalizio. Gli esperti testarono e provarono e analizzarono, ma non era che una semplice statua di gesso bianco a grandezza naturale, senza alcuna anomalia o cavità o artificio nascosto. Ogni mattina veniva trovata in una posizione ed in un posto diverso, e qui rimaneva di gesso immobile fino alla notte successiva.
Gli spaventi più famosi li fece prendere rispettivamente al Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, che se la ritrovò sulla tazza del cesso nel proprio appartamento privato in inequivocabile postura, ed al Cardinal Segretario di Stato, che la sorprese nel cortile della Pigna a piantar semini di marijuana.
Sua Santità non riusciva a capacitarsene. Ma cosa avrà voluto mai significare, una Madonna punk! Per cosa questa volta si era scomodato con tanto palese miracolo il Paradiso? Poi cominciò perfino a muoversi durante il giorno. Passeggiava a lungo per i cortili vaticani e all’ora di pranzo si fiondava nell’appartamento pontificio con ottimo appetito. Il Papa cominciò a farci l’abitudine e a prenderla quasi in simpatia. Una ragazza fatta di gesso col piercing si muoveva con la naturalezza della giovanissima età e sembrava guardare curiosa tutto quello che incontrava con irriverente ingenuità, praticamente ignara di essere la Madonna in Vaticano. Mangiava spaghetti col Papa, giocava a calcio con le guardie svizzere, vinceva a briscola col Cardinal Segretario, tracannava vino e tabacco, raccoglieva fiori e accarezzava i gatti, dormiva su un lettuccio di vimini nella camera a fianco di quella papale e saltava di gioia ogni volta che sentiva le campane, tutto con una sconcertante naturalezza, ma non diceva una parola.
Finchè un giorno dette un bacio filiale sulla guancia al Papa, salutò con la mano tutto l’incredulo Collegio Cardinalizio, e prima che le guardie svizzere potessero fermarla infilò di corsa il portone di S. Damaso e si dileguò per le strade di Roma. I servizi segreti di mezzo mondo non riuscirono a rintracciarla. Cosa abbia fatto nell’anno che trascorse fino alla sua riapparizione nessuno lo seppe mai.
Ricordo però che ci furono delle guerre assurde, in Iraq, in Afghanisthan, e che sui telegiornali, nei servizi degli inviati di guerra, alcuni miei amici giornalisti hanno giurato di aver visto una ragazza punk comparire, magari sullo sfondo, confusa tra sopravvissuti e distruzioni, in atto di aiutare i superstiti, ma con lo sguardo triste.
Ma cosa fosse venuta a fare e perché fosse apparsa col look punkettaro è un enigma ancora irrisolto. I teologi vaticani non sanno nemmeno oggi che pesci prendere, il Sant’Uffizio brancola nel buio più assoluto. Non una parola dell’accaduto è mai stata fatta trapelare. Nessuno al mondo sa, infatti, della Madonna punk, e voi che adesso ne siete stati messi a conoscenza farete bene a tenervelo per voi perché i servizi segreti non scherzano e son pronti a farvi scomparire pur di sottacere la cosa. Guai se il mondo sapesse!
L’unica cosa che ho saputo io, direttamente da don Ignazio, è che dopo un anno dalla sua scomparsa, una mattina di ottobre, dalla sua finestra, se la vide comparire nella nebbia giù nella strada, sempre col solito vestito punk e con il sigaro, e la vide scrutarsi intorno con circospezione, e poi, quando fu sicura che nessuno al di fuori di don Ignazio l’avesse vista, gli fece un gesto d’intesa, e saltò sul piedistallo rimasto vuoto riassumendo la stessa identica posizione della prima volta, quindi si pietrificò per sempre. Si udirono dalla canonica delicate musiche angeliche allontanarsi in cielo e da quel momento la statua, ridiventata una semplice statua, non si mosse più. Don Ignazio scrollò la testa tra se e se e si dette del balordo perché in sessant’anni di onorata vocazione non aveva ancora capito un cazzo della fede. Quindi scese ed andò a farsi fare la tessera al centro sociale, di cui oggi è vicepresidente, gran tracannatore di chianti ed infaticabile organizzatore di concerti rock. Se non ci credete andate davanti alla sua parrocchia: troverete la statua di una ragazza punk su un piedistallo alto tre metri che guarda la strada con un benevolente sguardo di ingenua simpatia.